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sabato 4 febbraio 2017

Le fiammelle della Candelora



Un racconto di Annalisa Ferri.

Un piccolo lumicino rosso brillava sul davanzale della finestra accostata. Brillando rispondeva alla tenue luce del sole leggero, che dietro stracci di nuvole provava a riscaldare la terra ancora avvolta nell'inverno. Il lumino tremava quando l'alito di vento umido e freddo spettinava la fiamma e sembrava spegnersi per poi rialzarsi e restare immobile per pochi istanti.



Nel borgo antico vi era fermento: i bambini tornati da scuola erano messi a fare i compiti, le donne indaffarate avevano sistemato la biancheria prima del solito e posto la cena sul fuoco e gli uomini sarebbero tornati poco prima dell'imbrunire con gli animali o con grosse fascine di legna, prima che il giorno lavorativo si concludesse.



Il fermento si era spostato intorno alla chiesa del paese: in alto, la pieve antica, sovrastando le case e le strade segrete attendeva una turba di fedeli per la processione lungo le vie, nel giorno della Candelora. Il cielo non annunciava la fine dell'inverno quel giorno e gli alberi spogli, alti, sembravano mesti e vecchi visto il sole leggero che con difficoltà li illuminava e si preparavano al giungere della sera muta, umida, immobile. Quando il sole stava ormai tramontando allungando le ombre e nascondendo i nidi dei passeri sugli alberi, una fila ordinata di persone uscì dalla porta della chiesa con un mano lunghe e sottili candele bianche. Erano presenti tutti: gli uomini tornati dal lavoro nei campi, le donne anziane che cantavano con la voce rotta dalla commozione, i bambini che camminavano ordinati davanti alla croce e stupiti guardavano quell'insolita tradizione, il parroco che recitava il rosario uscendo dalla chiesa profumata di incenso e cera chiudendo il corteo.



 Quella fila si trasformò, con la discesa del sole dietro il bosco marrone e zuppo di pioggia, in un tremolio di luci che disegnava le strade principali su cui davano le case come diligenti sentinelle, ed in un'eco di voci tremanti che camminavano per il paese. Si passava tra le case ordinate, dai cui comignoli il fumo usciva denso e lentissimo e dalle cui finestre rimaste illuminate si vedevano le pentole di terracotta e rame preparare per la cena. Si attraversava il piccolo centro con voce rotta dalla commozione per i ricordi di una vita, per le case in cui si era cotta la pasta fatta in casa per la prima volta, si passava davanti ai cortili in cui dalla primavera si iniziava a ricamare ed a tessere tra i voli delle farfalle ed i sogni del gatto sotto l'ombra del pergolato di vite,



 si camminava davanti ai prati che tutti aspettavano veder fioriti e coloratissimi, pieni di ronzio di api e profumo di germogli. Mentre le immagini volavano tra il borgo insieme al fumo dei camini, la processione tornava nella chiesa insieme ad una nebbiolina sottile che iniziava a coprire quelle strade, i vicoli in sassi, gli orti sterili e nudi, continuando a scendere finchè quelle piccole luci non tornarono nella chiesa. Ciascuno con un soffio leggero o vigoroso spegneva la propria candela che gelosamente teneva in mano da riportare a casa e si avviava con un mormorio leggero alla propria porta tra le strade buie ed i vicoli segreti.



L'unica luce rimasta nella notte ormai scesa, oltre alla falce sfocata della luna nuova spuntava dalla montagna più alta, era quel piccolo lumino sul davanzale, acceso al mattino ed in parte consumato, ma ancora tremante che avrebbe vegliato per tutta la lunga notte di preghiera sul borgo caduto nel sonno.

- Annalisa Ferri -





Immagini dal web, ricamatrice (pittura) di Flora Saracino.

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