Cerca nel blog

venerdì 31 marzo 2017

Genova


- Un articolo di Dindi -

(grazie del pensiero per la mia città)
Daniela




                                                                                   

Il video della mia città, Genova.
                                                        

                                           
Stemma della Repubblica Marinara di Genova
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

giovedì 30 marzo 2017

Liguria.


Una poesia dedicata alla mia terra (Daniela - Luna Nera)






È la Liguria terra leggiadra.
Il sasso ardente, l'argilla pulita,
s'avvivano di pampini al sole.
È gigante l'ulivo. A primavera
appar dovunque la mimosa effimera.

Ombra e sole s'alternano
per quelle fonde valli
che si celano al mare,
per le vie lastricate
che vanno in su, fra campi di rose,
pozzi e terre spaccate,
costeggiando poderi e vigne chiuse.

In quell'arida terra il sole striscia
sulle pietre come un serpe.
Il mare in certi giorni
è un giardino fiorito.
Reca messaggi il vento.
Venere torna a nascere
ai soffi del maestrale.

O chiese di Liguria, come navi
disposte a esser varate!
O aperti ai venti e all'onde
liguri cimiteri!
Una rosea tristezza vi colora
quando di sera, simile ad un fiore
che marcisce, la grande luce
si va sfacendo e muore.




(In foto: Cinque Terre, Vernazza - SP)

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-59545>

martedì 28 marzo 2017

Gara di stagioni



- Un articolo di Daniela (Luna Nera) -



Illustrazione Giovanni De Gaspari, 1950

Inverno freddo e grigio
e Primavera chiara
a Marzo s’incontrarono
e fecero una gara.

Inverno andò veloce,
coprì di neve i rami,
filò la bianca brina
in splendidi ricami.

Del ghiaccio duro e spesso
di sopra pose,
con nebbia fina fina
il mondo poi nascose.


 Illustrazione Giovanni De Gaspari, 1950

Ma, allegra Primavera
portò raggi di sole,
la nebbia e il ghiaccio sciolse
e sparse gemme e viole.

Ridiede il verde ai prati
e liberò i ruscelli,
fece suonar nell’aria
il canto degli uccelli.

Si arrese il vecchio Inverno
sbuffando, un po’ scontento.
Giovane, Primavera
correva come il vento.



- Maria Loretta Giraldo -






a

domenica 26 marzo 2017

Il profumo della domenica



- Un racconto di Annalisa Ferri -

Bruno Vallino art

La sottile e atavica voce del grillo si era spenta nell'avanzare della notte. Dopo nottate silenziose, nella valle era tornato come un antico metronomo a scandire le ore di luna, per sussurrare dolcemente fino a spegnersi poi con i raggi chiari dell'alba. Quel piccolo animale era nascosto a recitare la sua elegia d'amore tra i fiori del prugno ed attendeva di trovare una compagna con cui cantare in estate, sperando di farlo prima dell'arrivo dell'equinozio di primavera. Per tutte le ore di imperante luna, aveva custodito e il borgo e lo aveva protetto dal silenzio che mostrava le grida degli uccelli notturni e degli animali selvatici in cerca di cibo. All'alba, il chiarore gentile che muta il cielo e rischiara il fondovalle ancora impastato di leggera foschia, il primo passero aveva tessuto un buongiorno ricamato di rime ed eco e planava sul borgo ancora addormentato, posandosi sul ciliegio quadrilustre scoppiato di fiori.




Lì, chiuso in un piumaggio nuovo, attendeva che il sole si alzasse un poco da dietro i piccoli monti preceduto dal suono delle campane che svegliavano quella gente attenta e laboriosa. Si perdeva tra i vicoli in sassi e serpenti di edera, un profumo intenso di lievito e vaniglia ed antichi liquori dei dolci pasquali dalla lunga lievitazione, che per tutta la notte avevano riposato negli ingressi delle case, coperti da teli di lino. Le donne li avevano vegliati con cura, nell'attesa che cotti avrebbero donato il loro profumo alla benedizione prima della Pasqua, posti al centro del tavolo circondati da uova e palme. 


Quel tenero profumo, ricordo dell'infanzia e segno di memoria, si intrecciava all'odore buono di erba nuova e bagnata, che saliva dagli orti e dai prati. Entrava nelle case non appena venivano aperte le finestre per far entrare il sole ancora bambino e si diffondeva leggero tra il buon aroma di farina che insieme alle uova come in una piccola magia diveniva in poco tempo, prima che il giorno indorasse i vicoli nascosti, pasta fatta in casa, sottile, leggera, posta tonda sul tavolo ad asciugare. L'aria che veniva dalla valle profumata di resina e foglie nuove, la accarezzava con le sue infinite, invisibili mani, rendendola ruvida e benedicendo la mano veloce della nonna, che la sfilettava in mille fili dorati. Bolliva intanto il sugo nella pentola grande, che presagiva l'arrivo dei nipotini o di riunioni familiari o forse di amici lontani, e camminando tra le strade si leggeva il menù senza testo, tra i sapori dell'aria, diverso nelle quantità di ingredienti ma uguale perché la domenica era un rituale da menù quasi fisso. Ogni albero nell'orto era in fiore e quell'intenso odore di nettare e di fresco accarezzato da una brezza gentile si univa al bucato steso alla marsiglia ed al nuovo muschio nato sui muretti a secco.





Leggero nel cortile delle case, da anni, dondolava il rosmarino ricco di fiori viola, principe della domenica in attesa che i suoi cugini, la salvia, la maggiorana, il basilico si svegliassero dai mesi nebbiosi e freddi per speziare gli orti al tramonto ed i balconi e le cene improvvisate. Nell'attesa della messa domenicale, delle parole di conforto e di guida, il borgo aveva iniziato a vivere brulicante di occupazioni senza tempo, mentre il grillo rimasto sveglio per tutta la notte a poetare alla luna sfocata, dormiva ai piedi del borgo, nella pineta aulente di acqua e sottobosco, tra le prime foglie dell'edera aggrappata ad un tronco di pino mediterraneo, tra una nuvola di profumi diversi ed armonici, che mescolati ne davano uno solo, inconfondibile da sempre: il profumo della domenica.


- Annalisa Ferri -

venerdì 24 marzo 2017

La festa degli alberi.

Un bel racconto dal libro scolastico di terza classe del 1931 del mio papà, interamente scritto da Grazia Deledda.



Illustrazione Pio Pullini, originale dal libro del 1931


In viaggio.

Si va in campagna. Il maestro conduce un gruppo dei suoi migliori alunni alla festa degli alberi. Già il viaggio è per tutti un principio di festa, perchè con un comodo tramvai si attraversa la campagna in fiore. E' la primavera, in tutta la sua fresca bellezza: gli orti sono colmi di verdure, i giardini di rose, di margherite; sugli alberi si vedono i frutti, alcuni dei quali, come le amate ciliege, cominciano a maturare. Bello è vedere, tra il verde dei pascoli, le greggi custodite dal cane, che al minimo pericolo abbaia per richiamare l'attenzione del pastore e, a misura che il tramvai sale la collina, l'orizzonte allargasi e città e paesi apparire in lontananza. Ed ecco la prima fermata; i ragazzi ancora non scendono, ma dai finestrini vedono il paesetto grigio, in mezzo alle vigne, e a fianco della piccola stazione tutta lieta di fiori, una scuola all'aperto.


Foto dal web del 1957 / 58


L'arrivo.

Si scende alla seconda stazione. Il maestro del paese, coi suoi alunni, aspetta quello della città per recarsi tutti assieme al campo, dove si svolgerà la festa degli alberi.
I ragazzi, sulle prime, si guardano con diffidenza; quelli del paese sono quasi tutti figli di vignaiuoli e di contadini, ma non intendono di essere presi in giro da quelli della città. Mentre, sotto la guida dei maestri, si attraversa il paese e si prende la strada dei campi, si fa amicizia, non solo, ma sono quelli del luogo che cominciano a burlarsi degli altri.
C'è, per esempio, Cherubino che si ferma a bocca aperta davanti a una distesa di cespugli alti dalle larghe foglie, e poi grida, con la sorpresa di uno che fa una grande scoperta:
- Guarda, guarda! Queste sono dunque le piante dei carciofi!
E tutti ridono alle sue spalle. Anche gli altri suoi compagni poco distinguono una pianta dall'altra; ma i maestri, e soprattutto l'agronomo che dirige la festa, sono lì apposta per istruirli in proposito.

Foto dal web del 1957 / 58



I nomi delle piante.

L'agronomo è un signore alto e robusto, che li riceve in un grande prato nudo di alberi, ma dove già alcuni uomini hanno vangato la terra e scavato grandi buche.
Il posto è bellissimo; si sente un'aria aromatica, un profumo di terra smossa.
- Questa festa - spiega l'agronomo - è stata istituita per insegnare ai ragazzi che bisogna coltivare la terra e amare gli alberi quasi come fratelli. L'albero è necessario all'uomo non solo per i suoi frutti, per la sua legna ed i suoi tronchi, ma, soprattutto, perchè purifica l'aria e rende bello il luogo dove cresce.  Noi oggi pianteremo qui solo alcuni esemplari delle innumerevoli specie di piante che crescono nella nostra fertile Italia, e cioè quelli adatti alla terra ed al clima di questa regione. Questo è il vostro albero preferito, il castagno, - dice, sollevandolo dal fascio dei virgulti che aspettano di essere piantati; e lo consegna a Sergio, insegnandogli come deve collocarlo nella buca, e poi coprirlo di terra con la vanga e la zappa - e questa è la quercia, la cui ghianda nutrisce i maialini dai quali si fa il saporito prosciutto, buono per le vostre merende. E questo è il platano, e questo il tiglio, e questo il noce, i cui frutti e il cui legno sono apprezzati in tutto il mondo.
A misura che li nominava, traeva dai fasci le piantine e le distribuiva ai ragazzi, aiutandoli a metterle nelle buche e insegnando come dovevano essere coperte di terra, sostenute da pali e circondate di siepe. E i ragazzi imparavano con slancio e gioia. In ultimo, sull'orlo del campo, fu piantata una fila di olivi.


Foto dal web del 1957 / 58



Colazione sull'erba.

Quando la piantagione ebbe termine, a ciascun ragazzo pareva che la sua pianticina già crescesse; e le voleva bene come ad un suo simile, secondo le parole dell'agronomo.
In ultimo tutti sedettero sull'erba, e fu servita una refezione composta di pagnotte imbottite di quel saporito prosciutto del quale aveva parlato l'agronomo, e che i ragazzi, un po' stanchi per la fatica, ma coloriti in viso e pieni di allegria, divorarono con grande piacere.
Una sorpresa e un premio furono infine per i ragazzi due cestini di fragole, che un contadino portò a nome del podestà del paese.


- Grazia Deledda -





giovedì 23 marzo 2017

Primavera


Un racconto dal mio libro di scuola di prima classe:




Dopo il lungo inverno, freddo e uggioso, la primavera ci porta la gioia del tiepido sole e il sorriso del cielo sereno. I prati si rivestono di verde, nei campi crescono le pianticine di frumento, i rami nudi degli alberi da frutto si coprono di fiori.
E fiori si vedono ovunque: tra l'erba spuntano le primule, le margherite, le viole; nei giardini sbocciano le rose, i tulipani, i gigli profumati. Intorno è una festa di colori.
Primavera! Fiori nei prati, nel bosco, nei giardini, dovunque. Cantano gli uccelli e intessono il nido. Le nevi si sciolgono e mandano al piano il saluto allegro di mille ruscelli. 

Da: Nuove Gemme, 1961




Dipinto di Bruno Vallino

mercoledì 22 marzo 2017

Rami di pesco





Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
sotto l’aspro alternar delle ventate
schioccanti come fruste sulle facce
di chi va, di chi viene, una vecchietta
vende rami di pesco.
O primavera
per pochi soldi! O riso, o tremolìo
di stelle rosee su bagnate pietre!
Scompare agli occhi miei la strada urbana
con fango e folla e strider di convogli
sulle rotaie, e saettar nemico
d’automobili in corsa. Ecco, e in un campo
mi trovo: è verde, di frumento appena
sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
con la promessa delle fronde al sommo
dei rami avvolti in una nebbia d’oro:
e peschi: oh, lievi, oh, gracili, d’un rosa
che non è della terra: ch’è di tuniche
d’angeli, scesi a benedire i primi
germogli, e pronti, a un alito di brezza,
a rivolar da nube a nube in cielo.


- Ada Negri -





martedì 21 marzo 2017

La prima margherita



Si risvegliò la prima margherita
tra l’erbe nuove sopra il breve stelo;
ancora tutta chiusa e infreddolita
levò la testa per guardare il cielo.
Vide venir la primavera e allora
gridò: “Fiorite, o sorelline, è l’ora!”.


- Lina Schwarz -


Lina Schwarz

lunedì 20 marzo 2017

Io son la primavera






Lucciole belle venite a me:
son principessa, son figlia del re.
Ho trecce d’oro filato fino,
ho un usignolo che canta sul pino,
una corona di nidi alle gronde,
una cascata di glicini bionde,
un rivo garrulo, limpido, fresco,
fiori di mandorlo, fiori di pesco.
Ho veste verde di vento cucita,
tutta di piccoli fiori fiorita:
occhi di stelle nel viso sereno,
dolce profumo di viole e di fieno,
e, per il sonno dei bimbi tranquilli,
la ninna nanna felice dei grilli. 



- Renzo Pezzani -


domenica 19 marzo 2017

San Giuseppe






"San Giuseppe vecchierello
cosa avete nel cestello?"

"Erba fresca, fresche viole
nidi, uccelli e lieto sole!
Nel cantuccio più piccino
ho di neve un fiocchettino,
un piattino di frittelle
e poi tante cose belle!

Mentre arriva primavera
canto a tutti una preghiera,
la preghiera dell’amore
a Gesù nostro Signore".


- T. Romei Correggi -


Zeppole di San Giuseppe



Il 19 marzo è una data speciale, per l'occasione le vetrine delle pasticcerie si arricchiscono di deliziose preparazioni tradizionali: le zeppole. Ciambelle farcite di crema pasticcera e dolci amarene sciroppate, completate da una pioggia di zucchero a velo, nella versione più classica. C'è chi preferisce le zeppole al forno e chi invece non rinuncia alla versione ancora più golosa: le zeppole fritte. Un dolce tradizionale campano ma diffuso in tutta Italia con le sue varianti e nomi diversi, come i Bignè di San Giuseppe fritti e ripieni di crema della tradizione romana. Le zeppole fritte sono un dolce ricco e dalla storia millenaria: il nome deriverebbe da Giuseppe che, in fuga verso l'Egitto con Maria e Gesù, per mantenere la famiglia si era dato al mestiere di "frittellaro" ed esistono diverse poesie e filastrocche proprio in onore di S. Giuseppe frittellaro. Per questo motivo, in tutta Italia, le zeppole fritte sono i dolci tipici della festa del papà.

Curiosità:
La prima ricetta delle zeppole di San Giuseppe apparteneva al ricettario del 1837 scritto dal cuoco e letterato Ippolito Cavalcanti. Certo è che le famose frittelle coronavano già in precedenza i pasti delle festività primaverili e del Carnevale e non solo. Continuano, infatti, ad essere vanto della pasticceria italiana. Scopriamo insieme la ricetta tradizionale di quello che si ricorda come dolce di San Giuseppe:



Ingredienti per l’impasto:
300 gr. di farina
6 uova
Mezzo litro di acqua
Zucchero a velo q.b.
50 gr. di burro




Ingredienti per la crema:
2 uova
100 gr. di zucchero
80 gr. di farina
50 cl di latte



Preparazione:

-Su un fornello con fuoco a fiamma media mettete a scaldare l'acqua con il burro e un pizzico di sale.
-Quando l’acqua sarà abbastanza calda, versate la farina setacciata e mescolare con una frusta fino a quando sarà omogeneo: potrebbero occorrere fino a 10 minuti.

-Poi spegnete il fuoco e dopo aver aggiunto le uova, continuando a girare amalgamare il composto e lasciate riposare. Intanto potete procedere alla preparazione della crema pasticcera.

-Iniziate a lavorare lo zucchero con i tuorli delle uova e aggiungete la farina setacciata, poi il latte e secondo i gusti la scorza del limone.

-Poi mettete il recipiente sul fuoco e lasciate addensare mescolando continuamente per non formare i grumi.

-A questo punto si possono formare le ciambelle usando una sacca da pasticcere e posizionandole su piatti di piccole dimensioni.

–Friggete ora le zeppole, una alla volta, nell’olio ben riscaldato, fino a quando non assumeranno un colore dorato.

-Quando saranno raffreddate potrete riempire le vostre zeppole con la crema pasticcera nel mezzo e mettere un'amarena sciroppata al centro, poi cospargere con zucchero a velo.




Una poesia romana:

"San Giuseppe frittellaro"

San Giuseppe faceva er falegname
E benchè fusse artista de talento
Nun se poteva mai levà la fame
Pe' quanto lavorasse e stasse attento.

Un giorno fece "Ahò! Cambiamo vento,
Lassam'annà ' sto mestieraccio infame!"
Prese 'na sporta, messe tutto drento
e ccaricò er somaro de legname.

Poi se n'annò in Egitto co' Maria,
E doppo un par de giorni ch'arrivorno
Uprì de botto 'na friggitoria.

Co' le frittelle fece gran affari.
Apposta in tutta Roma, in de 'sto giorno
Sortono fòra tanti frittellari.



XIX secolo

(notizie e foto dal web)

sabato 18 marzo 2017

Le Fate di Marzo


- Un racconto di Annalisa Ferri -




La distesa dei campi arati, divisa dalla valle da un torrente silenzioso, si apriva ai raggi del sole, ad una luce calda e nuova che si attardava sui tigli ancora spogli e sull'erba nuova che a ciuffi nasceva. Dai boccioli sugli alberi erano aperti cuscini profumati di pesca, di albicocca, pendevano ninnoli di ciliegia come penderanno a giugno grappoli maturi e tondi, piccole biglie sul tappeto verde di erba medica. Ronzavano attorno a quei nettari nascosti api risvegliate dal profumo e dal lento ondeggiare sensuale di quei fiori al mite vento.



Qualche uccello solista riempiva l'aria buona e volava sui solchi freschi lasciati dall'uomo che aveva pitturato di marrone i pendii della collina, sfumandoli di varie tonalità. Da quella terra dinamica, dalla valle che costeggiava il torrente mite e devoto, uscivano piccole ali, invisibili all'occhio umano distratto. Silenziosamente quelle piccolissime ali iniziavano una vorticosa danza in mezzo al sole che scendeva e la luce che creava ombre e opacità favoriva quel gioco al tramonto. Correvano rincorrendosi in cerchio, giocavano con moto sghembo nell'aria, tra le montagne ancora marroni e il vento che sapeva di erba. Accanto alle margherite passavano rapide, intrecciavano le mani tra i rami del susino, giocavano a nascondino alzando la polvere della terra dell'ulivo. Il loro era un turbinio intenso che aumentava man mano che il sole scendeva. La luce inclinata eccitava la danza della piccole fate che con le ali muovevano la terra, con le mani strappavano i fili secchi e vecchi dell'erba, aprivano i boccioli tardivi, mettevano gocce di rugiada sulle aiuole perché apparissero belle, acconciavano il muschio giovane e forte sugli alberi di noci e pettinavano le lunghe code dei cavalli giunti a valle a bere.



Quel meticoloso lavoro durava da anni e si verificava nei minuti prima che il sole sparisse per la notte: nessun orecchio umano tuttavia udiva quel vociare trafelato, quel fare e ricevere ordini affinché la primavera si mettesse in cammino e solo pochi contadini hanno visto quelle ali danzare tra il rumore dei trattori ed il canto dei merli. Quando il sole stava per lasciare al buio la valle, il lavoro si intensificava e come impazzite quelle piccole ali andavano avanti ed indietro per compiere tutto velocemente. Nel momento del buio, quando l'ultimo ramo, quello più in alto, veniva spento della luce chiara del sole, le ali cadevano al suolo stremate, inghiottite della terra e dall'erba, ovunque si trovassero.



Divenivano nutrimento per le zolle del terreno dentro cui si sarebbe verificato il miracolo della vita di e ortaggi e frutti, nutrivano le radici forti degli alberi secolari, fonte di ombra e silenzio, sussurro di voci passate e accrescevano quelle esili e piccole dei fiori a cui donavano il colore ed il profumo per tutta la durata della primavera. Ogni giorno, nel mese di marzo, da sempre, migliaia di ali cadevano a terra ed altrettante il giorno seguente riprendevano il lavoro delle compagne, instancabili, perché la natura si risvegliasse continuando il suo ciclico cammino.


venerdì 17 marzo 2017

Il passo della Primavera.

- Un racconto di Amorina Penna -



E' come se la Primavera, un giorno dopo l'altro, avanzasse lentamente lungo il sentiero del mio frutteto: un incedere lento ma deciso che, giusto la lunghezza di un passo, rinverdisce man mano il cammino con tenero trifoglio ed erbe di campo.
Ogni anno pare dimenticarsi del mio terreno mentre tutto intorno forsizie e pyrus incominciano a splendere nei giardini attendendo i canti degli uccelli. Nella mia campagna rimane tutto fermo, immobile, tranne per il mormorio dei pioppi le cui foglie, con lo stesso fruscio delle pagine sfogliate di un libro, portano i racconti dell'acqua che scorre nello stretto canale.



Poi, un mattino, piccole macchie di vinche minor - gli occhietti o scarpette della Madonna - appaiono tra l'erba ancora schiacciata dal freddo ed in pochi giorni il prato diventa un magico lago azzurro che s'increspa alla carezza di un refolo allagando il prato intero in rivoli giocosi che si spargono ovunque.




...Ma dopo un gennaio tanto rigido anche le violette faticano a profumare l'erba e rimangono raccolte in piccoli bouquet ai piedi dei tronchi coperti di muschio invece che distendersi generosamente, come negli anni passati, quasi soffocando gli altri colori in una tavolozza che dal bianco arriva al blu intenso passando per tutte le sfumature del lilla. E' come se le vinche e le violette si fossero pacificamente spartite il terreno tenendo la canaletta come confine, invadendo appena, gentilmente, lo spazio le une delle altre solo per rendere le reciproche distese ancora più sorprendenti.




Tuttavia ogni passeggiata porta nuove scoperte di rinascite: pratoline e tarassaco accendono più oltre il prato con la loro luce - piccoli punti luminosi sul terreno indurito dalla lunga mancanza di pioggia; l'erba cipollina appare con i suoi alti mazzetti tra il lamio rosso e quello bianco - la falsa ortica, da sempre usata in cucina ed in erboristeria - mentre la malva e le roselline verdi dell'euphorbia incominciano appena a spuntare.




Eppure il vero segno che la Primavera inizia la sua stagione rimane l'antico pruno selvatico che, sul limitare del confine, china la sua chioma all'ingresso del sentiero. Quando attorno è ancora tutto addormentato, indeciso, il pruno indossa il suo candido abito da sposa e risplende come una cascata invitando al canto e al sorriso uccelli e umani. Quello è il segnale!




Da lui, come una magia, parte il richiamo agli altri alberi che via via indossano le loro vesti bianche o rosate coprendosi di fiori attorno ai quali ronzano le api stordite e danzano le farfalle e mentre l'occhio s'inebria di tanta gaiezza attorno è tutto un profumo che esalta i sensi.


- racconto e foto personali di Amorina Penna -

giovedì 16 marzo 2017

Mare.



- Un articolo di Daniela -

Sono nata e vivo da sempre a Genova dove vedo il mare dalla finestra, per questo sento "mia" questa poesia:



M'affaccio alla finestra e vedo il mare:
vedo le stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

- Giovanni Pascoli -


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-16179>da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-16179>

mercoledì 15 marzo 2017

Il ruscello.

Dai ricordi del libro di scuola, una poesia che amo molto:



Il ruscello.

C'era una volta un giovane ruscello
color di perla, che alla vecchia valle
tra molli giunchi e pratoline gialle,
correva snello;
e c'era un bimbo che gli tendea le mani
dicendo: "A che tutto cotesto foco?
Posa un po' qui: si gioca un caro gioco
se tu rimani.
Se tu rimani, o movi adagio i passi,
un lago nasce e nell'argento fresco
della bell'acqua io, con le mani, pesco
gemme di sassi.
Fermati dunque, non fuggir così!
L'uccello che cinguetta ora sul ramo
ancor cinguetterà, se noi giochiamo
taciti qui".
Rise il ruscello e tremolò commosso
al cenno delle amiche mani tese;
e con un tono di voce cortese
disse: "Non posso!
Vorrei: non posso! il cuor mi vola: ho fretta.
A mezzo il piano, a leghe di cammino,
la sollecita ruota del mulino
c'è che mi aspetta;
e c'è la vispa e provvida massaia 
che risciacquar la nuova tela deve
e sciorinarla sì che al sole neve
candida paia;
e v'è il gregge, che a sera porge il muso
avido a bere di quest'onda chiara,
e gode s'io lo sazio, poi ripara
contento al chiuso.
Lasciami dunque" terminò il ruscello
"correre dove il mio dover mi vuole".
E giù pel piano, luccicando al sole,
disparve snello.

- Angiolo Silvio Novaro -


martedì 14 marzo 2017

Dialogo del fanciullo e dell'albero fiorito.



- Un articolo di Daniela -






Parla il fanciullo:

Oh, la stranezza! Ieri, 
nudo come una trave: 
oggi, vestito a festa! 
E spargi il tuo soave 
chiaror per la foresta; 
e nei venti leggieri 
agiti il tuo vestito 
lucente e ricamato. 
o, chi te l'ha donato 
o chi te l'ha cucito 
cotesto bel vestito 
lucente e ricamato?

Parla l'albero fiorito:

Era ottobre, ed io languivo 
con in fondo al mio pensiero 
una gran malinconia; 
venne un vento cattivo, 
mi scrollò, mi portò via 
il vestito giornaliero; 
e poi venne la nebbia trista, 
fumò tacita, mi avvolse, 
mi bendò adagio, mi tolse 
il sole dalla vista; 
e poi cadde la pioggia grossa, 
battiture aspre mi die’, 
mi penetrò nell'ossa, 
m'immollò da capo a piè; 
e poi cadde la bianca neve; 
fredda cadde, alta così; 
tutto mi cadde addosso, 
vivo mi seppellì 
lo tremavo a più non posso: 
«Muoio!» dicevo fra me: 
ed invece sonno presi, 
e dormii tanto che mai; 
dormii sodo mesi e mesi, 
e stamane mi svegliai; 
mi svegliai ch'ero vestito 
e il sol d'oro era sul prato: 
ma chi me l'ha donato, 
ma chi me l'ha cucito 
cotesto bel vestito 
lucente e ricamato, 
non lo so, fanciullo mio, 
lo sa Iddio.

- Angiolo Silvio Novaro -
(Diano Marina 1866 - Imperia 1938)


(visualizzare a schermo intero per leggere la poesia)

lunedì 13 marzo 2017

Piccolo nido


Un articolo di Daniela (Luna Nera)




Piccolo nido lì sotto la gronda
sei stanco, è vero?
Stanco d'aspettare?
Oh! tra poco la rondine gioconda
ripasserà per te, tutto quel mare!
La neve, il vento, il freddo, la bufera
non t'han guastato: sotto il tetto fido
verrà la rondinella bianca e nera..
Un altro poco ancor, piccolo nido!


- Zietta Liù -


domenica 12 marzo 2017

Gli occhi di Maria

- Un racconto di Annalisa Ferri -


Il muschio che sorreggeva umido il vecchio rudere di pietra iniziava a brulicare di vita. Il sole raggiungeva con i suoi fili d'oro la casa nella tarda mattina: prima quei cespugli di erba chiara e scura vivevano di brina. Era tornata la tortora a volare in quel luogo nascosto della vallata, in attesa forse di covare le uova nel lato del rudere su cui era ancora adagiata la paglia. Ogni mattina,quando il sole rischiarava le viole ed i nidi ancora chiusi delle formiche la tortora volava dalla pineta ai massi umidi del casolare e guardava le primule sbocciare tra l'erba nuova. Guardava da un tratto di muro aperto la valle pallida di luce, i cavalli camminare stanchi nei prati ed i primi fiori degli alberi aprirsi leggeri.



Nelle sue pupille nere vi era il riflesso del bosco che stiracchiandosi alzando al cielo i rami spogli, nascondeva la natura e ad ogni sbadiglio si vedeva un fiore prima nascosto, un animale furtivo, un passero curioso. Nel prato che circondava il vecchio rudere era una distesa di piccoli fiori azzurri che nel borgo chiamavano "gli occhi di Maria" perché delicati riempivano i cuori ed avevano la tonalità del manto della Vergine. Quel prato illuminato ora dal sole era un tappeto azzurro su cui camminava il vento, quando all'imbrunire si alzava e diveniva pungente ancora, nei giorni in marzo che camminavano lenti. Quel soffio, che diveniva muggito nei momenti di buio, raccoglieva i profumi della valle e qualche tenero filo d'erba e giungeva fino alle pendici del borgo, dove la chiesa circondata dagli ulivi recitava il rosario, nel venerdì della Via Crucis.



Nella preghiera delle Stazioni si disperdeva il vento che trasportava i petali deboli del pesco fiorito e girava nelle vie e nelle case, mentre una luna di cenere luminosa si alzava dal bosco. Quel soffio partiva da quel rudere antico, dove al mattino nuovamente la rugiada avrebbe scoperto il muschio e le viole, mentre tanti occhi dormivano tra tappeti di foglie di quercia, finché il sole non veniva ad aprirli e da lacrimosi di brina, ricordando il pianto di Maria, avrebbero poi aperto le finestre alla primavera, al nuovo brulicare di farfalle e lepri, al chiaro di luna, circondato da un intermittente pigolio di nuove vite.

- Annalisa Ferri -