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venerdì 21 luglio 2017

Sorridi......

(Daniela)



Sorridi,
voluttuosa terra di freschi respiri,
terra d'alberi molli e assopiti,
terra di persi tramonti,
terra di vette nebbiose, di monti,
terra che grondi vitrea di plenilunio sfumato appena d'azzurro
Sorridi, perchè il tuo amante arriva....


- Walt Whitman -



mercoledì 19 luglio 2017

Fontane "particolari"


(Daniela)

Ettore Roesler Franz, "Lavatoio a Tivoli" 

La nostra bella Italia, come sappiamo, è ricca di fontane famose in ogni città, piccola o grande che sia. Oggi andiamo a conoscere quelle più strane e meno famose, spesso legate a leggende.




San Giovanni in Fiore (Cosenza) - La fontana della "Fontanella".
Nuova fontana, nella “ruga” della Fontanella, dove ne sorgeva una di antichissima data.






Genova: "La Fontana di Via del Campo".


Fu eretta nel XVIII secolo dai discendenti di Giulio Cesare Vacchero ai quali fu concesso di erigerla davanti alla Colonna Infame che denunciava il tradimento del loro avo che congiurò contro la Repubblica di Genova, per nascondere la Colonna Infame alla vista dei passanti... E’ una elegante fontana in forma di portale dorico, alla base del quale è collocato un sarcofago romano. Sul retro vi è una seconda vasca, posta molto in alto, dalla quale sgorgava l’acqua necessaria alle portatrici per riempire le grandi brocche che tenevano in equilibrio sul capo. 






Roma: "Fontana del Facchino"

Un uomo col cappello che sorregge una botte che genera acqua è la scena che ci si trova davanti alla fontana di Via Lata. E’ chiamata “statua parlante” perchè, nel 1580, dava voce alla satira politica della capitale, raccoglieva biglietti anonimi che commentavano gli episodi della politica del tempo.








Roma, Via della Cisterna (Rione Trastevere): "Fontana della Botte"





Roma: "Fontana delle Tiare"





Roma: "Fontana delle Tartarughe", sulla quale esiste una leggenda:


Roma: Via Margutta, "Fontana degli Artisti"

La fontana raffigura gli attrezzi del mestiere degli artisti: sgabelli, pennelli, maschere e compassi dai quali fuoriesce acqua, circoscritti da un arco che sorregge la vaschetta di raccolta.




Roma: "Fontana dei Libri". 

L’architetto Lombardi, nel 1927, fu l’ideatore di questa fontana voluta dal Comune per rappresentare i vari Rioni di Roma. Situata in Via degli Staderari, la fontana rappresenta il Rione Sant’Eustachio e lo dimostra una minuscola incisione tra le corna del cervo che è al centro della scultura. Rappresenta una nicchia, contornata da un arco, al centro del quale, si trova un cervo le cui corna sono state trasformate in dei libri posti su una mensola, da questi dei segnalibri generano acqua. La fontana è un in omaggio all’Università La Sapienza.






Roma: "Fontana della Botticella".


La fontana di Largo San Rocco è dedicata ai portatori di vino e si trova incastonata in una nicchia ricavata tra due chiese. Dal 1774 rappresenta una botte sormontata da un viso che, sorridente, sputa acqua raccolta da un piccolo catino. Inizialmente fu costruita in Via Ripetta dove c’era il porto in cui vi attraccavano le navi cariche di merci.



 Roma: "Fontana del Babuino".



Costruita da Alessandro Galli nel 1580 prese questo nome perchè ricordava le sembianze di una scimmia ed è la prima fontana ad uno pubblico, seppur fatta costruire da un privato. Un sileno disteso su una tipica vasca termale romana forma la fontana che subì moltissime variazioni e spostamenti. La Fontana del Babuino, situata nella stessa Via che porta il suo nome, rappresenta un'altra delle statue parlanti di Roma.




Roma, Palazzo Berardi, Via del Gesù: "Orologio ad acqua"

L’orologio è posto in una nicchia a conchiglia fiancheggiata da due cariatidi e sovrastato da due busti antichi, mentre in basso una vasca, in cui si arrampica la pianta del capelvenere, raccoglie l’acqua. 








Spoleto (PG): "Fontana del Mascherone"


 Si trova in piazza Bernardino Campello, un tempo denominata piazza di San Simone, in prossimità della Rocca Albornoziana. È addossata al muro di sinistra della duecentesca ex chiesa dei Santi Simone e Giuda.




Firenze, "Fontana del porcellino" (FOTO PERSONALE)

La tradizione popolare vuole che toccare il naso del Porcellino porti fortuna, che infatti risplende per la continua lucidatura quotidiana di migliaia di mani. La procedura completa per ottenere un buon auspicio consisterebbe nel mettere una monetina in bocca al Porcellino dopo averne strofinato il naso: se la monetina cadendo oltrepassa la grata dove cade l'acqua porterà fortuna, altrimenti no. In realtà l'inclinazione è tale che solo le monete più pesanti cadano facilmente nelle fessure. I proventi della raccolta delle monete dalla fontana sono interamente devoluti all'Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa.





(FOTO PERSONALE)




(FOTO PERSONALE)





Firenze, "Fontana dei mostri marini della SS. Annunziata"









Grassina, Bagno a Ripoli (FI), "Fontana con monumento alla lavandaia" dello scultore Silvano Porcinai.




Castelfranco Emilia (Modena): "Monumento al tortellino".

Secondo una antica leggenda il tortellino fu inventato da un oste che voleva imitare la forma dell’ombelico di una bella cliente della sua locanda.




Nardò (LE), "Fontana del Toro"
Proprio accanto alla chiesa di San Domenico si trova la fontana del Toro di inizio '900 con lo stemma di Nardò risalente al tempo degli aragonesi. La leggenda narra che sarebbe stato proprio un toro a scegliere il luogo in cui fondare la città, scalciando sul terreno e facendo zampillare l'acqua.




Tredolo di Forni di Sotto (UD): "Antica fontana"

Donne con i costumi tradizionali carnici alla fontana, una è china sulla tinozza a lavare i panni, mentre l'altra prende l'acqua dalla fontana.




Le tre foto della Fontana del porcellino" di Firenze sono personali, tutte le altre sono prese dal web, come le notizie.

martedì 18 luglio 2017

Il fontanile di pietra



- Un racconto di Annalisa Ferri -


Nell'alba che azzurra e rosa scendeva lenta sulla strada bianca della pineta, si sentiva un bisbiglio roco, gutturale, scivolare fino ai campi dove distende i capelli al sole la cicoria nei giorni miti d'autunno e fino al mandorlo del casale abbandonato, ed entrava negli stanzini impolverati, dove di notte quell'eco restava imprigionata. Era come una preghiera in un latino impreciso, una lontana litanìa veloce, quasi dalle sillabe mangiate, che cadenzata borbottava nella valle. Coperto per anni da un muschio viscido, finché un pastore non decise di ripulirlo, il fontanile era stato costruito più di cento anni prima e portava sul suo corpo i segni della terra e dell'uomo.



Il lungo naso in ferro ricadeva su quell'acqua sempre limpida e fresca, e donava alla fontana un'espressione stanca, annoiata e nella vasca vi erano venature sottilissime, il corpo era di colori diversi di calce che negli anni era stata aggiunta per ripararlo. Nel borgo si narrava che quel fontanile, quando fu costruito, aveva un corpo di marmo bianco che brillava con i raggi del sole ed il riverbero nell'acqua indicava la via giusta ai pellegrini perduti nella pineta ed agli uccelli migratori che cercavano ristoro. Le donne, da quando fu costruito tra la gioia di tutti, lavavano i panni battendoli sulla vasca e pregavano nel maggio mariano o nei giorni di quaresima e cantavano amori di contadine in estate ed in inverno.



E fu così che il fontanile conobbe e ricordò a memoria, insieme a quei volti sorridenti provati dal sole, quelle litanìe e quelle canzoni che borbottava nella vallata. I bambini, numerosi e scalzi, in estate facevano il bagno nel vascone e gli animali delle stalle intorno si abbeveravano e così la fontana rideva e rideva per il solletico e mille bolle si vedevano venir su sulla superficie che frastagliava i raggi solari caduti tra quelle gocce ed intorno una pozza d'acqua attirava farfalle ed api e rovesciava il bianco dei radi e piccoli ciuffi di nuvole. Soprattutto in estate la sua vita era allegra: durante le feste del borgo sentiva dal mattino la musica della banda e l'odore di vino, cadevano sotto al lungo naso briciole di crostata e ciambellone, vedeva quei bambini che un tempo si tuffavano nel suo corpo diventare adulti, e ballare, innamorarsi sotto un cielo dalla luna piena. Li vedeva poi invecchiare, curvarsi su un bastone rugoso, mettere il cappello e stare a bordo della piazza divenuta pista da ballo, asciugarsi gli occhi con il fazzoletto e vedere la giovinezza trascorsa vivere ora nei propri nipoti.



La nostalgia scendeva insieme alla prima nebbia impalpabile dell'autunno, quando il sole era meno potente e salutava presto i monti e le case e sulla sua acqua limpida e fredda cadevano le foglie della quercia e galleggiavano come tante barche senza meta. Passavano lentamente i pastori con le mucche stanche e qualcuna si fermava a bere, ma non vi erano più bolle e risate, solo un sibilo leggero, un filo sottile usciva da quel naso di ferro che sembrava chiamare, chi passasse davanti senza voltarsi, a guardare la fontana ormai vecchia. Anche in primavera il fontanile non rideva più: i fiori profumati del mandorlo non bastavano a colorare di bianco la sua acqua e né le rondini che volavano sopra di essa a farla sorridere. Le vedeva capovolte nel riflesso che donava di loro, eppure stava lì, immobile, a guardare il bosco che era stato muto in mezzo al gelo, tornare verde dopo il grigiore dell'inverno e le grandi nevicate. Fu proprio a causa del gelo e del ghiaccio spesso che un inverno rigido portò con sé, che il suo corpo si spaccò e cadde in più punti quel marmo bianchissimo che brillava come stelle e lungamente rimase imperfetto.



Solo prima della Pasqua il fontanile venne accomodato, con la calce a coprire le rotture e poi il muschio venne a fargli compagnia insieme all'odore di funghi . Si vergognava di non essere più splendente, liscio come un tempo e quasi la vecchiaia del borgo, con l'edera che si arrampicava e copriva la rocca per prima illuminata dal sole al mattino e le persiane sbiadite, contagiò la sua anima marmorea e negli anni quel borbottio divenne quasi stanco, come una cantilena vigorosa, che rimbombava di luogo in luogo. Passando tra le vie, correndo nella notte ed urlando ai pipistrelli, i ragazzi si fermavano sempre, ancora, alla fontana che ormai stanca dava da bere con gli occhi socchiusi, senza più guardare quei volti che sarebbero divenuti grandi e poi vecchi.



Un giorno di piena estate, caldissimo e luminoso, qualcuno disse che la fontana chiuse gli occhi per sempre, in un sonno lungo e nel rumore dell'acqua che continuava a scendere precisa e fresca, limpida e costante, lei brillò di nuovo come un tempo e mille bambini muovevano le braccia dentro di lei, in un tripudio di schizzi, luccichio e bolle.


- Annalisa Ferri -

sabato 15 luglio 2017

mercoledì 12 luglio 2017

Bei tempi.....

(Daniela)






"Io me la ricordo la felicità, era fatta di operai che andavano al mare nei giorni d'agosto. Le macchine senza aria condizionata, con i portapacchi pieni di valigie e le autostrade senza bollini neri. Erano gli anni dove i pensionati potevamo permettersi la giusta ricompensa dopo una vita di sacrifici, erano gli anni delle spiagge con i tavolini e le paste al forno, e quei contenitori frigo
più forniti dei supermercati. La felicità, con quelle sedie pieghevoli e quei caffè nei thermos a fine pranzo, le foto con i rullini, i discorsi tutti insieme a fine pranzo, i bambini che facevano i bambini.



 Le città deserte, per il pane dovevi andare alla stazione centrale perché tutti sapevano che lì c’era un supermercato sempre aperto. Aveva un altro sapore la felicità! Le discoteche in spiaggia, fatte di legno con le lampadine colorate, le ragazze sedute che aspettavano l’invito per ballare quei lenti e conoscersi meglio, eravamo più estranei e molto più intimi senza sapere ancora il nome. Noi, con una chitarra e un fuoco in spiaggia, avevamo il paradiso, noi in cerchio e una bottiglia che girava trovavamo un bacio, e ti capitava sempre quello che non ti piaceva.

Noi, figli dei francobolli e delle cartoline “tanti saluti dal mare” che spedivamo sempre l’ultimo giorno, forse per questo avevano il sapore amaro quei francobolli quando li leccavi, perché le vacanze finivano, ma si tornava a casa felici, senza bollette arretrate nei cassetti, con le cartoline che arrivavano in autunno, con la serenità nella testa e la speranza sempre a portata di mano.
Invece oggi il 15 agosto i centri commerciali sono sempre aperti, le città sempre più popolate, i pensionati li vedi lì, sotto qualche albero per un po’ di fresco. Ci facciamo sempre più foto senza il bisogno di andarle a sviluppare, e qui ci hanno fregato l’attesa, andiamo in spiagge organizzate e devi rispettare i limiti, e qui ci hanno fregato gli spazi. Abbiamo voluto di più ma abbiamo ottenuto di meno. Abbiamo ottenuto uno smartphone per parlare con il mondo, e qui ci hanno fregato la voglia di stare insieme.
Io me la ricordo la felicità, rimaneva a te, sulla pelle, e non aveva nessuna password......"



martedì 11 luglio 2017

Il sandalino e lo zoccoletto


(Daniela)





Il sandalino di Lello dice:
- Sono stato sulla spiaggia del mare. Ho udito la cantilena delle onde azzurre e verdi. Ho visto le barchette con le vele bianche e rosse. Ho toccato la sabbia fine e le conchiglie argentate.


Lo zoccoletto di Nanni dice:
- Sono stato sulla vetta del monte. Ho visto gli alberi alti alti.
Ho udito la canzone del vento tra le foglie. Ho calpestato il muschio morbido e i prati fioriti.


Tutto il mondo è una grande casa piena di bellissime cose
create da Dio.


- Giuseppe Fanelli -




(racconto e illustrazioni dal libro  "Nuove Gemme" del 1961)
                                       

sabato 8 luglio 2017

La sera in campagna

(Daniela)




Stanchi di giochi, Nuccio e Nuccia si sono seduti davanti alla casa e guardano il cielo.
E' il tramonto. Il sole discende dietro le colline.
Sembra una grossa palla rossa. Le nubi scure si orlano di fuoco.
Poi il sole scompare e il cielo diventa viola.
- Guarda... una stella!
Nuccia alza il ditino verso la prima luce che s'è accesa.
I bimbi senza parlare osservano la notte che scende, le stelle che tremano nel cielo sempre più cupo.
Ora la luna spunta e la sua luce d'argento incanta i bimbi.
Nella notte tranquilla, la volpe si aggira intorno alla conigliera,
il porcospino intorno al pollaio... ma Medoro fa buona guardia!
La nonna chiama. I bimbi rientrano nella casa calda e luminosa.
La porta si chiude sulla notte nera.

                                         
    - Della Grazia -

(dal mio libro scolastico "Nuove Gemme" del 1961)


          

venerdì 7 luglio 2017

Le lucciole e le notti d’estate: credenze e leggende



(Daniela)




Attenti a non prendere lucciole per lanterne… E’ un modo di dire che ha per protagonisti questi insetti che sanno di notti d’estate. Le lucciole, già, che ci fanno tornare con la mente a quando eravamo bambini e le incontravamo la sera accompagnate da tanti “oooh” di meraviglia.

Le lucciole, misteriose perché appaiono col buio e la luna e sono invisibili praticamente con il sole. Per questo attorno a loro si sono create leggende e dicerie, belle o brutte, sempre curiose.



Ed è proprio l’abbinamento del coleottero al calar delle le tenebre, a farlo associare al mondo dei sogni, degli spiriti e dei morti: una credenza giapponese narra per esempio che nelle lucciole vi siano le anime dei defunti. Chi sogna una lucciola poi, secondo il sentire popolare, riceverà un dono inatteso.



Ma sono tante e belle le leggende… Eccone un paio suggerite dal sito Eticamente



La lucciola e gli abiti da sposa

Due bravissime sarte, sorelle ma povere, dovevano una sera terminare assolutamente per l’ indomani l’abito da sposa della ricca figlia del mugnaio. Lavorando e lavorando, arrivarono a consumare tutte le candele che avevano in casa, e non sapevano più come fare. Abitavano in una casetta nel profondo del bosco, la notte era senza luna e loro si accorsero di non avere nemmeno olio da mettere nelle lucerne. I loro lamenti, raccolti dal camino, furono uditi dal popolo delle lucciole, cui loro davano sempre da mangiare fiori e miele. Le lucciole allora discesero tutte dalla cappa del camino e illuminarono la stanza con milioni e milioni di lucine finchè, sul far del giorno, il vestito fu pronto.
La figlia del mugnaio pagò molto bene l’ abito ma non seppe mai spiegarsi il luccichio lunare che aveva la stoffa. Da allora le due sorelle cuciono abiti da sposa nella loro casa nel bosco, e le lucciole si tengono pronte ad andare a far luce con il loro lumino che conferisce ai tessuti lo splendore della luna. Noi le vediamo nelle sere d’ estate mentre si avviano verso quella casa.




La lucciola e la luna

Tanto tempo fa le lucciole erano insetti neri, che uscivano dalla loro tana solo di giorno, quando c’era tanta luce. Una sera, la luna era appena apparsa nel cielo, una lucciola fu chiamata da una piccola libellula che si era ferita ad un’ala e non riusciva più a tornare a casa, così la lucciola mise sulla schiena la libellula e la portò a casa.
All’improvviso, una nuvola coprì la luna e la povera lucciola rimase sola e al buio aveva molta paura, sentì un rumore: l’acqua dello stagno si muoveva e un gracidare sospetto si avvicinava.
Quando si accorse del pericolo, la lucciola cercò di scappare ma al buio della foresta la lucciola non riusciva ad orientarsi ma non riuscì a trovare un nascondiglio: era così buio che non vedeva un palmo dal suo naso. A un tratto, spinte dal vento, le nuvole si spostarono e la luna tornò a brillare nel cielo. Alla luce della luna, la lucciola finalmente riuscì a sfuggire alla rana. La luna vide che la lucciola era salva e perché non corresse più pericoli gli donò un po’ della sua luce. Da quel giorno le lucciole non furono più attaccate da nessuno. Con la loro luce illuminarono la notte.