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mercoledì 15 novembre 2017

La nonna

(Daniela)





D'inverno ti mettevi una cuffietta
coi nastri bianchi come il tuo visino,
e facevi ogni sera la calzetta,
seduta al lume accanto al tavolino.

lo imparavo la Storia Sacra in fretta
e poi m'accoccolavo a te vicino,
per sentir narrar la favoletta
del Drago azzurro e del Guerrin Meschino.

E quando il sonno proprio mi vincea
m'accompagnavi fino alla mia stanza,
e m'addormivi al suono dei tuoi baci.

Allora agli occhi chiusi m'arridea
di fantasime splendide e fugaci
in mezzo ai fiori, una gioconda danza.


- Gabriele D'Annunzio -

sabato 11 novembre 2017

San Martino (leggende e tradizioni)

(Daniela)



LA LEGGENDA DI SAN MARTINO
 (da cui “l’estate di S. Martino”)
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Era l’11 novembre: il cielo era coperto, piovigginava e tirava un ventaccio che penetrava nelle ossa; per questo il cavaliere era avvolto nel suo ampio mantello di guerriero. Ma ecco che lungo la strada c’è un povero vecchio coperto soltanto di pochi stracci, spinto dal vento, barcollante e tremante per il freddo. Martino lo guarda e sente una stretta al cuore. “Poveretto, pensa morirà per il gelo!” E pensa come fare per dargli un po’ di sollievo. Basterebbe una coperta, ma non ne ha. Sarebbe sufficiente del denaro, con il quale il povero potrebbe comprarsi una coperta o un vestito; ma per caso il cavaliere non ha con sé nemmeno uno spicciolo. E allora cosa fare? Ha quel pesante mantello che lo copre tutto. Gli viene un’idea e, poiché gli appare buona, non ci pensa due volte: Si toglie il mantello, lo taglia in due con la spada e ne dà una metà al poveretto. “Dio ve ne renda merito!”, balbetta il mendicante, e sparisce. San Martino, contento di avere fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte che mai, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello che lo ricopre a malapena.
Ma fatti pochi passi ecco che smette di piovere, il vento si calma. Di lì a poco le nubi si diradano e se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l’aria si fa mite. Il sole comincia a riscaldare la terra obbligando il cavaliere a levarsi anche il mezzo mantello.



Ecco l’estate di San Martino, che si rinnova ogni anno per festeggiare un bell’atto di carità ed anche per ricordarci che la carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio.






TRADIZIONI.
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In Italia, per tradizione, il giorno di San Martino si aprono le botti per il primo assaggio del vino novello, accompagnato dalle prime castagne. Un tempo però in questo stesso giorno aveva termine, in molte zone del nord, l’anno lavorativo dei contadini.



Se il padrone del campo non chiedeva loro di restare a lavorare per lui anche l’anno dopo, questi dovevano traslocare e andare a cercare un altro padrone e un altro alloggio. Anche nella città divenne abituale, per chi aveva un alloggio in affitto, cambiare casa proprio a San Martino, perciò “fare San Martino” è diventato un modo per dire “cambio casa”. In provincia di Venezia si fa un dolce di pasta frolla a forma del santo sul cavallo e sopra è tutto guarnito con glassa colorata, caramelle, cioccolatini ecc. E' molto bello a vedersi e per chi piacciono i dolci di pasta frolla anche buono a mangiarsi. Di solito sono i fidanzati che lo regalano alle rispettive fidanzate.




L’11 Novembre, in Sicilia, nei tempi passati, S.Martino veniva festeggiato dalle persone ricche che potevano imbandire le loro tavole con prodotti dolciari di vario genere; i poveri, invece, dovevano attendere fino alla domenica successiva, in quanto aspettavano la simanata, cioè il salario settimanale, per potere assaporare i biscotti con il moscato. Nella giornata dell’11 Novembre, in Sicilia, si è soliti consumare i biscotti di San Martino, che hanno diverse varianti, a seconda delle zone in cui ci si trova. A Palermo, in particolare si è soliti mangiare tre tipi di biscotti: quelli semplici, quelli con la marmellata e quelli con la ricotta.







Va ricordato anche che in passato il periodo di penitenza e digiuno che precede il Natale cominciava il 12 novembre e quindi, anche per questo motivo il giorno prima, per San Martino appunto, si faceva una grande mangiata d’oca o di tacchino; era una specie di capodanno contadino e l’oca era considerata il maiale dei poveri. In ogni modo la scelta del grasso volatile come cibo tipico della festa di San Martino non è casuale perché dietro la popolare usanza gastronomica si celano vestigia di antiche credenze religiose che deriverebbero dalle celebrazioni del Samuin Celtico: l'oca di san Martino sarebbe dunque una discendente di quelle oche sacre ai Celti, simboli del Messaggero divino, che accompagnavano le anime dei defunti nell'aldilà. Una curiosità: nella cucina tradizionale romana non vi sono ricette per cucinare l'oca, forse per ancestrale riconoscenza dei Romani verso questi volatili, simbolo di fedeltà e vigilanza. D'altronde le oche che sorvegliavano il tempio della dea Giunone al Campidoglio riuscirono a salvare il colle dall'invasione dei Galli nel 390 a.C. dando l'allarme con le loro strida! San Martino, comunque, è un personaggio molto amato dalla tradizione in tutto il mondo: si contano più di 4000 Chiese in suo onore in Francia e svariate nel resto nel mondo, ed il suo nome è stato dedicato a diverse cittadine.



SAN MARTINO NEL MONDO.
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Anche in Svezia e in Danimarca è tradizione che, per San Martino, si mangi l’oca. Questa usanza è legata a un’altra leggenda. Si racconta che il Papa volesse a tutti i costi nominare vescovo Martino, che era umile e non desiderava occupare posizioni importanti, si nascose in un convento sperando che nessuno lo potesse trovare; voleva solo pregare e vivere semplicemente. In quel convento c’erano però delle oche. Le oche, è risaputo, sono animali chiassosi: non conoscendo quel monaco quando lo videro fecero un tale concerto di “qua, qua, qua” che alla fine Martino venne scoperto.


Da allora, in occasione di questa ricorrenza, ogni anno un’oca viene arrostita come punizione per quell’antica “soffiata”.

In Svizzera l’oca si mangia ripiena di fette finissime di mele; mentre in Germania la si riempie di artemisia profumata, mele, marroni glassati col miele, uva passita e le stesse interiora dell'animale. Dicono i tedeschi che l'oca perché sia veramente buona deve provenire dalla Polonia o dall'Ungheria, fra l'altro la patria di san Martino che era nato nell'antica Pannonia.

In Boemia, non solo si mangia l'oca per San Martino, ma se ne trae l'oroscopo per l'inverno: se le ossa sono bianche, l'inverno sarà breve e mite, se scure è segno di pioggia, neve e freddo.
In Francia, fin dal 1700, è usanza festeggiare l’arrivo dell' inverno l'11 novembre (giorno di S. Martino) mangiando un'oca.


In Germania la festa di San Martino i bambini si vestono in maschera e fanno un'allegra processione con delle lanterne di carta costruite da loro stessi, molto colorate e allegre e cantano dei canti tradizionali, alcuni vengono accompagnati da un "S.Martino" a cavallo e, la sera del 10 novembre, fanno un corteo portando in mano dei lumini accesi. Anche loro vanno di casa in casa cantando una canzone e facendosi regalare dolcetti e soldini. È infatti tradizione riunirsi il pomeriggio, quando inizia a fare buio, accendere la propria lanterna appesa all’estremità di un ramo e partecipare alla processione detta Laternenumzug, cantando canzoncine come:

"Lanterne, lanterne, sole, luna e stelle, date luce a noi, date luce a noi, questa luce nel Mondo vogliamo portar!" 

La lanterna verrà accesa ogni sera come rito della buonanotte, fino all'arrivo del Natale: la lanterna rappresenta il calore dell'estate che teniamo con noi e che ci riscalda nel freddo dell'inverno.



E per concludere, la poesia più famosa dell'11 novembre:
San Martino.

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale, 
e sotto il maestrale 
urla e biancheggia il mar; 

ma per le vie del borgo 
dal ribollir de' tini 
va l'aspro odor de i vini 
l'anime a rallegrar. 

Gira su' ceppi accesi 
lo spiedo scoppiettando: 
sta il cacciator fischiando 
sull'uscio a rimirar 

tra le rossastre nubi 
stormi d'uccelli neri, 
com'esuli pensieri, 
nel vespero migrar.


- Giosuè Carducci -


mercoledì 8 novembre 2017

"La bottega dei sogni"

(Daniela)

*Sei mai entrato nella magica bottega dei sogni? No?
Allora vieni con me.*



C’era una volta una piccola bottega, si trovava in un villaggio in mezzo alle montagne, tutti gli abitanti del luogo la chiamavano "La bottega dei sogni". Era una bellissima casetta di legno.
I proprietari erano due bravi vecchietti, il signor Aldo e la signora Sarah.



Il signor Aldo fabbricava i giocattoli, la signora Sarah faceva dolci e caramelle e si occupava del negozio, inoltre amava raccontare favole e leggende del suo paese, la Finlandia, ai bambini del villaggio. Tutti, nel villaggio, li chiamavano gli aiutanti di Babbo Natale.


Il negozietto era addobbato tutto l’anno come in periodo di Natale e la gente veniva da lontano per vederlo, per questo non chiudeva mai, neanche la domenica.



In un angolo del negozio c’era un vecchio libro di favole tutto impolverato. La signora Sarah raccontava ai bambini che quello era il libro dei sogni, ma guai ad aprirlo senza un motivo valido, se qualcuno lo avesse aperto senza un motivo, la festa di Natale sarebbe sparita per sempre. Per salvare di nuovo la festa ci sarebbe voluto un bambino che avesse in coraggio di entrare nel libro e affrontare la Regina delle Nevi, una perfida regina che odiava il Natale.


Per i bambini del villaggio era un’abitudine, il pomeriggio dopo la scuola, andare ad ascoltare le favole della signora Sarah e lei ne era felice, la più timida del gruppo era una bambina, si chiamava Emilie. Tempo prima la bambina aveva perso la voce cadendo in un burrone, per questo si sentiva un pò isolata e qualche volta gli altri bambini la prendevano in giro.

Emilie abitava vicino al negozio, era molto affezionata alla signora Sarah e al signor Aldo e spesso si fermava da loro anche più tempo degli altri bambini.



Quando si avvicinava il Natale andava ad aiutarli a confezionare i pacchi regalo e i due vecchietti erano felici, la consideravano come una nipotina, loro che non avevano figli.


Un giorno, mentre c’era molta gente nel piccolo negozio, un bambino aprì il libro magico. Arrivò subito un vento gelido, si mise a nevicare, tutti i giocattoli del piccolo negozio sparirono, anche gli addobbi natalizi. Cadde subito un velo di tristezza su " La bottega dei sogni ". Il Natale era sparito e con lui tutta la magia del piccolo negozio.



 La gente del villaggio cadde in disperazione, più di tutti il signor Aldo e la signora Sarah. La piccola Emilie, vedendo i suoi amici cosi tristi, decise di aiutarli. All’insaputa di tutti, ricordandosi dei racconti della signora Sarah, si recò in quel che era rimasto del negozietto, apri il libro e appoggiando la sua piccola mano sulla pagina fece un desiderio. Fu inghiottita dall’enorme libro. Si ritrovò in un posto freddo, tutto pieno di neve e ghiaccio con davanti a lei una donna vestita di bianco.

"Sono la Regina delle Nevi e tu sei stata cosi stupida di aprire il libro una seconda volta, non vi è bastato perdere la festa di Natale?"

Emilie, che era senza voce, non poteva rispondere, si limitava a fissare la regina.

"Rispondi! Non posso esaudire il tuo desiderio! Il Natale non ritornerà mai! Io odio quella festa! Che festa stupida, i regali, la famiglia, le canzoni..."





Nel frattempo, al villaggio la signora Sarah si era accorta che il libro era stato di nuovo aperto. Non sapeva della piccola Emilie, però lascio il libro aperto. "Ormai il male è fatto, non può più succedere niente", pensò la vecchietta.

Nel Paese delle Nevi la regina era molto arrabbiata perché Emilie non rispondeva, continuava a chiederle di parlare ma la bambina rimaneva ferma davanti a lei.

"Non ti faccio paura?" Domandava la regina.

La bambina la fissava continuando a sfidarla con lo sguardo.

La regina, che perdeva la pazienza con molta facilità, era sempre più infuriata. Non capiva perché la bambina non rispondeva alle sue domande.
"Ma che devo fare con te? Non ti hanno insegnato a parlare? Sei proprio una maleducata, non ti voglio più tra i piedi, hai vinto, ti ridarò il Natale, basta che te ne vai. Un giorno o l’altro qualcuno riaprirà il libro dei sogni senza un motivo".


Come per incantesimo, Emilie si ritrovò fuori dal libro, la neve smise di cadere sul villaggio, il vento si calmò e il piccolo negozio ritornò quello di sempre.



I due vecchietti decisero di sotterrare il libro per sempre, ma prima vollero fare una cosa importante per Emilie che aveva avuto il coraggio di sfidare la perfida Regina delle Nevi. Portarono la bambina davanti al libro, lo aprirono e la signora Sarah chiese al libro di ridare la voce alla bambina.



 Il motivo era più che giustificato. Il desiderio fu esaudito subito ed Emilie ritrovò la voce per la gioia di tutti. Il libro fu seppellito in un pozzo e la perfida regina non potè più infastidire nessuno.
Nel piccolo villaggio ritornò la felicita e la gioia del Natale.


- testo dal web -

lunedì 6 novembre 2017

Castagne



(Daniela)



Nevica sulle montagne.
La campagna è sepolta
sotto la nebbia folta.
Bambini è proprio questo
il tempo umido e fresco
delle castagne.

Via, tutti in fila andiamo
con sacchi e con cestelli.
Nel bosco c'è un tappeto
di muschi e di fuscelli.

Un gran volo d'uccelli
passa di valle in valle.
Tra sassi e foglie gialle
cascano da ogni ramo,
sgusciando fuor dai ricci,
tante castagne.


- Romana Rompato -


sabato 4 novembre 2017

Mattinata novembrina



(Daniela)



Al posto del bel fiore
rosseggia l'uva spina;
e al posto del colore
biancheggia un fior di brina.

Lo scricciolo monello,
nell'aria frizzantina;
invita il suo ruscello
ad una cantatina.

Ma il ruscello è muto:
corre il silenzio e accoglie,
lento un cader di foglie.

- L. Magni -


venerdì 3 novembre 2017

Novembre

(Daniela)




La nonnetta nello scialle
si rannicchia intirizzita,
piovon foglie, foglie gialle
sulla terra insonnolita.
Nubi fosche, nubi nere,
van pel cielo a stormi, a frotte,
calan rapide le sere,
scende rapida la notte.
Il novembre sta alla porta 
freddoloso e intabarrato,
poggia in terra la sua sporta
ed un sacco ben legato.
Scioglie il sacco: nebbia e neve
La va mal pei poverini!
Ma la sporta è colma e greve
di castagne pei bambini. 


- A. Ferraresi -
                                                           

                                        

giovedì 2 novembre 2017

Io son novembre...





(Daniela)



lo son Novembre e porto il pastrano,
passo sui solchi e vi semino il grano. 
Sul mondo stendo leggera la bruma;
sul focolare il ceppo già fuma.
Stacco le foglie a foreste e campagne,
reco in un cesto le buone castagne.
Vedo una bimba col roseo ditino
scriver sui vetri: L'inverno è vicino!

- L. Fiorentini -



mercoledì 1 novembre 2017

Tradizioni italiane in cucina per Ognissanti e 2 Novembre.


(Daniela)





Il primo di Novembre si celebra in tutto il mondo la festa di Ognissanti, festa grande per la Cristianità seguita il 2 di Novembre dalla Commemorazione dei Morti, ricorrenza cristiana che affonda le sue radici in tempi remotissimi.

In Friuli, Piemonte, Trentino e Veneto, ma anche in Abruzzo e Puglia, soprattutto nelle zone rurali, si lasciava e si lascia tutt'ora un lumino acceso nella notte tra il primo e il 2 novembre per permettere alle anime di non perdersi e di poter usufruire degli omaggie si preparano acqua fresca e un po' di pane per i cari che non ci sono più e abbiano bisogno di ristorarsi.



In Val D'Aosta addirittura si lasciava un'intera tavola imbandita mentre si andava a fare visita al cimitero.
In Lombardia si sistemavano le coperte sui letti per permettere il riposo di chi veniva a far visita.




Culinariamente parlando, ogni regione italiana ha legato anche alla tavola queste due ricorrenze. Si tratta per la maggior parte di ricette a base di prodotti di stagione come la zucca, le castagne, la verza, il maiale, legumi - soprattutto fave e ceci - e frutta secca.
In Liguria (dove sono nata e vivo) si usa mangiare carne di pollo il giorno dei Santi per tenere fede al proverbio "Santi senza becco Natale poveretto".
Il proverbio si riferisce all'usanza di mangiare carne di volatile (gallo o gallina) per il 1° novembre.

Piatti tipici per Ognissanti: 



Antipasti


Riso
Altri primi
I dolci però sono senz'altro il cibo rituale più conosciuto: ogni area geografica infatti ha i suoi dolci tipici che richiamano già dal nome queste celebrazioni.

Per “dolci dei morti” si intendono biscotti, pasticcini, torroni e altre leccornie che tradizionalmente vengono preparati, in casa e in pasticceria, a ridosso dell’1 e 2 novembre, giornate che la religione cristiano-cattolica riserva rispettivamente alla festività di Ognissanti e alla commemorazione dei defunti. La pratica di offrire dei dolci ai defunti per commemorarli ha radici lontanissime che risalgono alla cultura greco-romana.



I dolci dei morti che ancora oggi si preparano da un capo all’altro del Belpaese affondano le loro origini in un’antichissima credenza popolare di origine precristiana, poi introiettata e fatta propria dalla tradizione cattolica, specie in Italia. La credenza vuole che nella notte tra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti facciano visita ai loro cari ancora in vita, quest’ultimi lasciano quindi la tavola apparecchiata di dolci per accoglierle al meglio servendo il tipico “Pane dei morti” piuttosto che biscotti o torroni a forma di osso, la frutta Martorana e così via. Vediamo come le cucine regionali declinano con diverse ricette di dolci la giornata di Ognissanti e quella del ricordo dei propri cari defunti.



Pane dei Morti



Il “Pane dei Morti” è un dolce tipico del Nord Italia, in particolare della Lombardia, per celebrare Ognissanti e il 2 novembre.  Ingredienti: 500 grammi di biscotti secchi, 250 grammi di farina, 300 grammi di zucchero semolato, 100 grammi di mandorle, 150 grammi di fichi secci, 100 grammi di uva passa, 50 grammi di cacao amaro, 4 albumi d’uovo, un cucchiaio di lievito in polvere, uno di cannella, 100 millilitri di vino bianco dolce, ostie e zucchero a velo quanto basta.

Preparazione: Dopo aver messo ammollo l’uvetta in acqua tiepida sbricioleremo i biscotti secchi, anche con l’aiuto di un mixer. Poi riduciamo in farina mandorle e fichi secchi e li uniamo ai biscotti tritati in una ciotola. A questo punto uniamo anche la farina, lo zucchero semolato, il cacao, un cucchiaino di cannella e l’uvetta strizzata. Poi aggiungiamo il lievito e di seguito il vino bianco e gli albumi. Dopo aver ben amalgamato l’impasto lo mettiamo su una spianatoia infarinata e lo lavoriamo per ottenere una pasta omogenea con cui formeremo un panetto da dividere a fette spesse circa un centimetro da modellare a forma di mandorla di 10-12 cm di lunghezza per 5-6 di larghezza. Otteniamo così dei biscottoni sotto i quali metteremo un’ostia. Prendiamo quindi una teglia sul cui fondo avremo messo della carta da forno e adagiamo i nostri biscotti che faremo cuocere in forno preriscaldato a 180° per 20-30 minuti. Alla fine applichiamo lo zucchero a velo e lasciamo raffreddare.


Pan co’ Santi


Una ricetta tipica Toscana è il "Pan co’ Santi" che viene fatto soprattutto nel senese e nel grossetano per celebrare le festività di Tutti i Santi e il Giorno dei Morti.
Ingredienti: 500 grammi di farina, 250 grammi di uvetta, 250 grammi di noce gherigli, 100 grammi di strutto, 40 grammi di lievito di birra, 50 grammi di zucchero, una decina di grammi di semi d’anice, sale e pepe nero quanto basta.

Preparazione: faremo bollire 1,5 dl di acqua, aggiungeremo quindi i semi d’anice facendo cuocere per un minuto e facendo riposare per altri 60 secondi. Filtriamo e in acqua tiepida sciogliamo il lievito di birra. Successivamente impasteremo la farina con il composto di lievito, lo zucchero e lo strutto a fiocchi, dopodiché uniremo i gherigli di noce tritati, l’uvetta, il sale e il pepe e impastiamo fino a formare una palla ben amalgamata e consistente.
Lasceremo l’impasto per un’ora in una ciotola coperta con della pellicola da cucina. Deve crearsi un ambiente tiepido. Fatto ciò, sgonfiamo l’impasto e con le mani modelliamo 10-12 panetti che metteremo in una teglia e faremo lievitare per circa mezz’ora. Quindi mettiamo il nostro Pan co’ Santi per 25 minuti in forno caldo a 180° C.


Pan de Mèj 


Antica ricetta milanese, si tratta di una focaccia aromatizzata ai fiiori di sambuco. Tradizionalmente il Pan de mei veniva preparato per festeggiare san Giorgio (23 aprile), protettore dei lattai. 
Ottimo "pucciato" in una tazza di panna liquida e l'unica variazione apportata a questa antica ricetta è la sostituzione della farina di miglio con quella di mais. 
Col passare degli anni questo pane venne prodotto anche per le festività dei morti e di Ognissanti e non manca mai nelle bancarelle della fiera degli "O bei O bei". 




Ingredienti per 6 persone:



200 g di farina di mais a grana fine

150 g di farina 00
100 g di farina di mais a grana grossa
sale, un pizzico
150 g di burro
la buccia grattugiata di un limone
3 uova
20 gr di lievito di birra sciolto in un po' di latte tiepido
3 cucchiaini fiori di sambuco
zucchero vanigliato
120 g di zucchero


Procedimento

Mettete nell'impastatrice le farine setacciate, 1 cucchiaino di fiori di sambuco, il sale, il lievito disciolto nel latte, le uova, la buccia grattugiata del limone e lo zucchero. 
Fate partire l'impastatrice e dopo qualche minuto otterrete un impasto che si stacca dalle pareti in un sol pezzo. 
Mettete l'impasto ottenuto in una terrina e fatelo lievitare fino a quando avrà raddoppiato il suo volume.
Trascorso questo tempo, formate con la pasta tante pagnottine lievemente schiacciate, di circa dieci centimetri di diametro, che adagerete su una placca da forno ricoperta
con la carta forno distanziandole fra di loro. Cospargetele con lo zucchero vanigliato e i fiori di sambuco avanzati e fate cuocere a 190° per mezz'ora.

- dal web -




martedì 31 ottobre 2017

L'arrivo a scuola


(Daniela)


Ore 8, arrivano in piccoli gruppi nel cortile della scuola, stanchi della strada, le guance rosa e la schiena curva. Si raggruppano, si salutano stringendosi la mano, chiacchierando un po'...
Il Maestro di scuola fa suonare la campanella, in fila per due entrano nella classe calda, dove il maestro ha già acceso la stufa al mattino.



Lasciano cappotto, berretto, cappello e guanti. Ognuno ha il suo banco per l'anno con il calamaio e l'inchiostro.
Curvi sui banchi di legno, scrivono in lettere rotonde, con tratti spessi e sottili, la massima del giorno, l'argomento della lezione, si applicano a scrivere una pagina con inchiostro viola tirando la lingua o pizzicandosi le labbra, intingendo regolarmente il loro pennino nei piccoli calamai di porcellana bianca.
Sotto l'occhio vigile del Maestro di scuola la giornata passa, il sudore, i timori, le buone e le cattive note, la ricreazione, le biglie, le chiacchiere e le risate dei ragazzi che fanno "la rotonda" o che giocano a campana...


- dal web -

lunedì 30 ottobre 2017

Il ricordo dell'autunno lontano

(Daniela)

- da un racconto di Annalisa Ferri -





Nel bosco umido che profumava di funghi vi era un groviglio di sentieri che portavano dalla valle coperta di nebbia che si alzava alla sera fino alla chiesa abbandonata, mentre le campane suonavano i vespri ed in ogni casa accanto al camino ci si segnava con la croce. In quei sentieri si perdeva, allo scendere del buio, un suono di flauto incerto, intonato da bambini di un tempo rimasti a giocare tra quelle piante, che rincorrendosi sotto il cadere incessante delle foglie gialle, suonavano acuti e melodie misteriose per identificare il loro nascondiglio. Nel borgo che lento si addormentava sotto la luna nuova e le ultime rose di Maria, restava nelle strade l'intenso odore di mosto che si mescolava all'odore antico dei primi camini accesi all'imbrunire, mentre sopra le montagne scure e basse le nuvole grigie e lunghe divenivano rosa ed i corvi tornavano nei nidi misteriosi alla pineta a stormi, a volte silenziosamente, altre donando una nota alla valle che nascondeva il lago.



Ogni sera, sotto la vite spoglia che iniziava a perdere le ciocche ora invecchiate, un anziano tagliava la legna come provvista per l'inverno in mezzo all'orto moribondo e l'eco sorda dell'accetta rimbombava per quei deserti vicoli, cadenzata, e nelle aie era un bollire di vino, nelle cantine era un misto di odori e colori nelle ceste: castagne, cachi, mele e noci erano poste su vecchie credenze come gomitoli di lana in un cestino antico, gli stessi mobili a specchio che un giorno videro fermarsi davanti la nonna con la treccia ai capelli appena fatta e che conservavano le tazze del caffè intessute di fili d'oro comprate in città per la colazione di Pasqua. Erano partire da giorni le rondini e nei nidi vuoti era rimasta qualche piuma come silenziosa attesa del ritorno, mentre gli occhi grigi del taglialegna si perdevano nel rosa del cielo, distratti solamente dalle storie inventate dalla nipotina che intorno saltellava in mezzo a quella cascata di foglie nell'aria frizzante del tardo pomeriggio, sotto alle piante del melograno.



 Ogni tanto si udiva ancora ripetuto ed ansimante quel suono di flauto che si alzava all'imbrunire ogni sera d'autunno e che intermittente si diffondeva nella valle e nel borgo, accompagnava il cammino della cercatrice di funghi, che col bastone respirava insieme al bosco i primi giorni di vero autunno, e ne tracciava il sentiero, mentre si inoltrava nella nebbia che lenta scendeva e si mescolava al fumo di fascine bruciate e legna di pini bagnati di resina d'oro. Il piccolo borgo adagiato sul colle aveva già le luci delle case accese, l'eco dei passi degli abitanti non si udiva più, né quello dei campanelli delle greggi, che al buio erano rientrate nelle loro dimore di fieno e paglia. Nel silenzio dell'autunno tornava il ritmo lento della vita, dove il battito del taglio della legna si alternava al suono scherzoso di flauto del soffio dispettoso dei bambini nascosti nel bosco ed il respiro della cercatrice di funghi che camminava nei sentieri alzava la nebbia scoprendo ancora quel borgo trapunto di rose mariane in mezzo alla vallata.



- Annalisa Ferri -