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lunedì 18 dicembre 2017

* Follettino *


(Daniela)




E' notte, e un bambino piccolo piccolo arriva leggero fino a un negozio di giocattoli. Natale è vicino, e lui vuole curiosare dentro la vetrina. Ma, oh, è assolutamente vuota! Che peccato!


Il piccino, che non è un qualsiasi bambino, ma un folletto di nome Stelluccio, per via di una piccola stella che gli brilla sulla punta del cappuccio, svolta allora l'angolo della strada e va a sbirciare dentro una finestra del pianterreno. Nella stanza c'è seduto Nonno Tommaso, il padrone nel negozio, e si lamenta.


"Natale è ormai vicino - dice fra le lacrime - e io sono tanto povero che non ho giocattoli da vendere. Ho soltanto questi: pochi e vecchi! Come farò?"
Appena Nonno Tommaso se ne va, Stelluccio si arrampica lesto su un raggio di luna e poi...



giù, scivolando su un altro raggio si lascia cadere nella soffitta. Lì ci sono i giocattoli dell'anno prima.

Quanti! Ma sono tutti rotti.


"Chissà - pensa Stelluccio - forse posso accomodarli".
E montò sui palchetti per prendere uno scatolone dove sperava di trovare gli arnesi che facevano al caso suo.


Ma, quando ne solleva il coperchio... tac, salta fuori un pupazzetto a molla che precipitando a terra, sfiora la stella...
E questo magico tocco gli dà per incanto la vita!


"Ciao Stelluccio, - disse - vuoi conoscere un segreto? Metti la tua stella in cima a un bastoncino, e con essa potrai dare vita a tutti i giocattoli.



"Evviva! " esclamò Stelluccio, e subito segue il consiglio e si costruisce una meravigliosa bacchetta magica.

Era davvero divertente: sotto il magico tocco della bacchetta, bestie, soldatini e bambole si rizzano in piedi, camminano, ballano, parlano, cantano. C'era uno strepito assordante, come di carnevale.


Quando riesce a stabilire un po' di calma, Stelluccio spiega che intende aggiustare i giocattoli, allora tutti si offrono di aiutarlo.
Ecco: già la giostra funzionava perfettamente, ed ecco che anche le pale del mulino a vento riprendono a girare...


Finalmente ogni cosa fu pronta e Stelluccio impartisce gli ordini:
"In riga! At-tenti! Ora marceremo tutti fino agli scaffali del negozio. Avanti, marsch! Uno, due, uno, due...
Tutti marciano in ordine perfetto, con Stelluccio alla testa.


Ma, quando è il momento di salire sugli scaffali, allora è un pigia pigia. Ognuno voleva essere il primo e accaparrarsi il posto migliore.
"Calma, calma!" - si affanna a gridare Stelluccio - C'è posto per tutti." In men che non si dica i piani inferiori sono pieni. Ora bisognava salire ai superiori. Come fare per arrampicarsi?



Presto fatto. La macchina dei pompieri è ciò che ci vuole: bambole e animali salgono su per la lunga scala rossa. Ma Dimbo non può, con le sue quattro zampone arrampicarsi sulla scala! Stelluccio allora mise in azione la gru, l'elefantino viene sollevato e prende posto sullo scaffale;



 poi fu la volta della fattoria e chiocce e pulcini vengono sistemati al posto giusto. Soltanto l'asinello oppone resistenza agli ordini di Stelluccio. Testardo come tutti gli animali della sua famiglia s'è messo in testa di stare vicino all'albero di Natale, e non c'è modo di smuoverlo! Si devono mettere in due per trascinarlo via e sistemarlo nel suo cantuccio.


Ora tutto è pronto. Ogni giocattolo è in ordine perfetto e sull'albero splende l'Angelo, con la sua aureola d'oro attorno al capo biondo.


La giostra gira, sonando allegramente, Dimbo sta sulla giraffa; il cowboy cavalca il suo destriero e, in alto, i palloncini dondolano lievemente.


Il mattino, quando Nonno Tommaso arriva al negozio, non crede ai propri occhi e giunge perfino ad appoggiare il naso alla vetrina per accertarsi che non si trattava di un sogno.
"Che cosa è mai successo?" si chiede, stupito e felice.
"Ma chi sarà stato?"


"Non lo saprai mai, non lo saprai mai!", mormora una misteriosa vocina... E un folletto, con una squillante risata, corre via, guizzandogli fra le gambe. Sulla punta del cappuccio rosso gli brillava una piccola stella.



(riassunto da un libretto della mia infanzia)

domenica 17 dicembre 2017

"Dicembre"

(Daniela)

- da un racconto di Annalisa Ferri -




Dicembre era arrivato silenzioso. Non aveva il passo rumoroso degli uccelli in volo in primavera, né il ronzio delle mietitrici di luglio. Non aveva il fruscio delle foglie in autunno e dei tonfi sordi delle castagne nei prati. Aveva il sapore pungente dei cristalli che ricoprivano gli steli delle rose, il chiarore immobile dell'alba nella vallata ghiacciata. Ma non aveva suono. Nel silenzio mattutino una rosa, nel giardino di una casa lasciata sola, ricoperta di brina, lentamente riceve il calore di un pallido sole che la sveglia.



Il giardino prendeva un piccolo spicchio del cortile non più visitato da alcuno. Nel giorno dell'Immacolata i cespugli spogli di rose azzurri e bianchi dal gelo avevano vegliato e reso omaggio alla Vergine, in memoria dei padroni che per anni se ne erano occupati. Lontano, nel silenzio dei vicoli senza voce di uomo, si vedevano fili rosso e blu, simbolo del Natale che da lontano arrivava, da poco messo in cammino. Era partito il vecchio con la lunga barba, da una casa nel bosco in legno e sassi e di giorno camminava senza sosta e la notte dormiva nelle case senza far rumore, ospite generoso, coricandosi vicino al camino acceso e circondato dal profumo di mandarino. Il giorno osservava la natura spoglia, il gelo scendere quando il sole spariva nelle giornate sempre più corte.



Vedeva le stelle fredde brillare in un cielo di ghiaccio e la luna illuminare le strade e le montagne mentre qualche gatto randagio cercava riparo nei fienili o nei pollai. Il vecchio viveva nel silenzio della giornate che prevedevano il suo arrivo e sedeva spesso sulle scale della chiesa ad ascoltare di nascosto la perpetua intonare canti di Natale con la sua voce da opera che nessuno aveva però mai sentito. Ogni giorno dopo l'ora di pranzo si dirigeva sotto alla chiesetta e restava li finché il buio non circondava ogni angolo e non fumavano densi tutti i comignoli del borgo antico. E man mano che i giorni passavano lui invecchiava ed intirizziva, fino a diventare polvere di gelo all'uscita della messa per la nascita del Bambino.

- Annalisa Ferri -


sabato 16 dicembre 2017

I profumi che fanno subito Natale


 (Daniela)



Durante tutte le festività di Natale si accendono i profumi! Sono tanti gli aromi “natalizi” che ci accompagnano fin dall’infanzia: cioccolato, vaniglia, arance, spezie... Sono profumi della natura che richiamano tradizioni e atmosfere suggestive: l’intimità di un camino acceso, la bellezza di un ambiente illuminato dalle candele… tutti momenti da gustare mentre fuori – immagina! - la neve sta danzando nell’aria.




In questo periodo, la natura entra nelle nostre case con tante fresche fragranze come quelle di arance, clementine e mandarini.





Oltre ad essere portati in tavola a fine pasto, gli agrumi sono ampiamente utilizzati nelle ricette di tanti dolci di Natale come panettone e pandori.




E per chi volesse ritemprarsi dal freddo invernale? Una calda e deliziosa cioccolata con una scorza di arancia o un pizzico di cannella è quel che ci vuole!


Il fuoco è acceso nel camino, l’albero è decorato… cosa manca? Il profumo irresistibile di un dolce: possiamo scegliere tra gli aromi floreali o quelli fruttati quello che si preferisce per dare una nota di sapore inaspettata, e per questo ancora più sorprendente.


Oppure un dolce dal gusto classico, con il sapore avvolgente della vaniglia che si combina con quello intenso del cacao per momenti di puro piacere.


Un’idea in più! Per addobbare la casa con una fragranza naturale, puoi tagliare l’arancia, essiccare le fettine, aggiungere ad ognuna un nastrino rosso e poi appenderle all’albero di Natale.


Puoi usare le fettine essiccate anche per decorare centrotavola e ghirlande, insieme alla cannella.



Se invece desideri regalare agli ambienti un profumo “naturalmente” più balsamico, prediligi rametti di abete e pigne.





venerdì 15 dicembre 2017

La renna Daisy


(Daniela)


In un piccolo paese nel nord del Canada chiamato Playsville vivevano pochi abitanti, l'inverno era cosi gelido che quasi tutte le persone erano emigrate e le poche rimaste non avevano vita facile. Vivevano con i pochi soldi che avevano guadagnato d'estate tagliando la legna nel bosco. I bambini, d'inverno, non andavano a scuola. La neve cadeva per giorni e giorni e quando si avvicinava il Natale tutto era triste. La più isolata era la famiglia di Ben. Il suo papà faceva il boscaiolo e loro vivevano proprio nel bosco a due chilometri da Playsville. Ben aveva un compagno, una renna, che suo padre aveva portato ferita a casa. Era rimasta con loro anche se era libera di ritornare con il suo branco. Daisy (così l'avevano chiamata) rimaneva a casa di Ben, ed era felice. Mancavano pochi giorni al Natale e Ben sapeva che anche se avevano pochi soldi, lui era fortunato: suo padre sapeva lavorare bene la legna e ogni Natale gli faceva stupendi giocattoli di legno. 



Finalmente arrivò Natale: l'albero era addobbato. Ben aveva salutato la sua amica Daisy e messo le sue scarpe sotto l'albero prima di andare a dormire. Nel silenzio della notte si sentì un grande fracasso che svegliò tutta la famiglia. Il papà di Ben uscì di casa e Ben lo seguì. Non ci credevano, davanti a loro c'era Babbo Natale con la sua slitta. Ben e suo padre rimasero per un attimo senza parole: "Ma sei proprio tu Babbo Natale?" chiese Ben. "Si piccolo Ben, una delle mie renne si è ferita ad una zampa e non è in grado di continuare a volare per questa notte. Non riuscirò mai a portare tutti giocattoli per questo Natale". La mamma di Ben invitò Babbo Natale a entrare in casa per riscaldarsi. "Papà perché non prestiamo Daisy a Babbo Natale?" chiese Ben; "Ma Daisy non sa volare" rispose il padre. Babbo Natale che aveva sentito il discorso chiese: "Quale renna?". Il papà di Ben gli raccontò di Daisy. "Prestami Daisy, te la riporterò quando avrò finito. Pensa a tutti i bambini che mi aspettano" disse Babbo Natale.



"Ma Daisy non sa volare" 
"Non ti preoccupare, una volta insieme alle altre, Daisy saprà volare". Babbo Natale lasciò lì la renna ferita e se ne andò a finire il suo giro. Qualche giorno dopo Natale, Babbo Natale venne a riprendere la sua renna e riportò Daisy a casa. Quando vide i giocattoli di legno fatti dal padre di Ben gli chiese se era disposto a costruire i giocattoli di legno per ogni Natale. 
Il papà di Ben ne fu onorato e accettò. Il lavoro era tanto e cosi ci fu lavoro per tutti gli abitanti di Playsville che ormai lavorano tutto l'anno per Babbo Natale. Ora regna la felicità. La renna Daisy vive sempre a casa di Ben e qualche volta Babbo Natale la viene a prendere per la notte di Natale. Ben è cresciuto e adesso costruisce giocattoli di legno e racconta ai bambini del paese la storia di una notte di Natale e della renna Daisy.









giovedì 14 dicembre 2017

"La notte di Natale" di Aldo Fabrizi

(Daniela)



Ier sera,
a mezzanotte meno ‘n quarto,
uscenno pè la messa de Natale,
m’è capitato un fatto..
un fatto tale,
che non so come non me pija un infarto.
All’ultimo ripiano,
all’improviso,
me so’ urtato de fianco,
con un vecchio impalato addosso ar muro
e margrado in quer punto fusse scuro,
vedevo bene solamente il viso
incorniciato da un barbone bianco,
la parete scura dove stava appoggiato,
a poco a poco è diventata azzura.
-“Io so’ papà Natale”- m’ha spiegato
-“lo stesso de quann’eri regazzino,
de quanno m’aspettavi,
guardanno nella cappa der cammino,
che te portassi quello che sognavi.
Sino a quarch’anno fa, quanno arivavo io,
se respirava er bene assieme all’aria
e l’ommeni de bona volontà,
senza la malattia contestataria,
credeveno alla nascita de Dio,
mo co’ ‘sta libbertà confusionaria,
c’è tanta gioventù che stenta a crede
e mette in discusione er fonnamento de’la religione,
giocannose er conforto de’la fede,
purtroppo anno pè anno
la vita sta cambianno,
pre esempio li pupetti, mo vonno:
er mitra, e’ razzo, l’aprioggetti,
er casco d’alluminio,
l’abitacolo pè annà a scoprì un pianeta
e la stella commeta
che illuminò la notte der miracolo
per annuncià er messia,
pè ricordalla non ce sta poeta,
purtroppo hanno ammazzato la poesia.”-
Ho arzato l’occhi ar cèlo
come pè dì..”ce penserà quarcuno”..
quanno l’ho riabbassati,
avanti a me nun c’era più nesuno,
c’era solo un sacchetto, un cartoncello
co’quarche giocarello cascato giù per tera,
un cavalluccio a dondolo, un tamburo,
‘na sciabbola, ‘na tromba, ‘n bambolotto,
un sordatino cor fucile rotto
assieme a ‘no straccetto tricolore,
robbetta antica senza più valore.
Le campane de Roma in quer momento
hanno detto fra poco è mezzanotte
non fate tardi al vecchio appuntamento,
ma doppo que’ rondò de pace e bene
c’è stato ‘no scombussolo,
la notte s’è riempita de urli e de sirene
e va a capì chi fosse
o pompieri o pantere o crocerosse,
mentre stavo così,
c’è stata pè guastamme la nottata,
un’antra novità, la messa bitte
difatti da ‘na chiesa quà vicino
me arivato un fracasso indiavolato
de batterie, sassofoni, chitare,
che avrà fatto tremà Gesù bambino
e tutte le fiammele de’ l’artare,
entranno a casa,
ho messo er catenaccio dicenno
-“Mo che faccio..”- poi ho detto
-“...perdoneme Gesù, si pregherò quàssù”-
e pensanno l’armonium effatato,
sentivo er sono più scommunicato
e mentre che a’la radio
parlava er Santo Padre,
io me so’ inginocchiato
davanti all’artarino
de mi madre.




- Aldo Fabrizi -




La poesia recitata in modo commovente dallo stesso Aldo Fabrizi:



mercoledì 13 dicembre 2017

Santa Lucia

(Daniela)



M’han detto che quest’oggi
la giornata sarà breve,
che magari farà brutto,
ci sarà pure la neve.

È per questo che al balcone
hanno messo una candela
per far luce nella sera
e per farla meno nera.

Così quando sarà notte,
la più lunga che ci sia,
se sarò davvero bravo,
passerà Santa Lucia.

- Michele Ottone -

martedì 12 dicembre 2017

"Le lucciole di Santa Lucia"

(Daniela)

-Un racconto di Annalisa Ferri -




Nella casa in mezzo alla vallata, protetta dai faggi del bosco, una lucina si vedeva in mezzo al gelo. Era la finestra di una cucina ancora accesa, ed in quel giallore si notava un puntino rosso: era il lumino acceso per santa Lucia. Nella notte più lunga dell'anno, nella casa, l'atmosfera era fervente di attesa. La vecchia signora, ormai sola da anni, aveva riposto provviste di legna ed in casa lavorava con i ferri grossi gomitoli di lana gli addobbi natalizi con cui avrebbe adornato i faggi che la proteggevano da anni, mentre nei cesti restavano noci e lavanda antica.



Il camino acceso scoppiettava bruciando ciocchi di carpino ed abete, lasciando nella stanza profumo di resina e verso la canna fumaria danzavano ridacchiando infinite e sonore scintille di fuoco. Salivano verso il cielo freddo ed uscivano insieme al fumo denso e profumato per disperdersi nell'aria e verso i rami alti del bosco. Ancora saltellavano, ridevano, immerse nella notte lunghissima, girando attorno alle finestre accese, alle strade deserte, attente a non avvicinarsi allo zampillare della fontana massiccia, attorno ai ruderi antichi senza più iris e viole. L'eco delle risa da fanciullo risuonava ovattato e continuo ovunque le scintille passassero: curiose spiavano le finestre vestite di rosso per Natale, annusavano l'insistente odore lasciato dalla cottura pomeridiana dei biscotti allo zenzero, si nascondevano tra le cataste di legna protette dal gelo, scioglievano per gioco i cristalli posati sui fili d'erba e negli orti deserti. Correvano ridendo nel campanile della chiesa, attorno alla campagna muta, muovendola senza farle fare i rintocchi che erano prerogativa della Notte Santa, ma, entrando da una piccola fessura, illuminavano i personaggi del presepe allestito vicino all'altare.



Da fuori un pellegrino vedeva quel gioco di lucine, quel danzare di scintille tra le candele ed i ceri accesi a contare le domeniche dell'avvento. Quel miracolo ridente avveniva sotto il buio della notte più lunga dell'anno, quando il nero delle tenebre copriva come un pesante velluto le case e le strade: era allora che le lucciole invernali, date dallo scoppiettio del fuoco volavano e danzavano intorno al paese. Ballando ed intrecciandosi il paese era un tripudio di luci che scendevano come fiocchi di neve creando la magia del mistero di Santa Lucia. All'alba ancora danzavano e ridevano, non stanche, attraversando la pineta, il muschio sacro, i fili marmorei di erba e gli alberi vecchi secchi e stanchi. Quando il sole sorse uscendo dalla montagna, quel riso da fanciullo pian piano scomparve, spento dalla prima luce e dal calore che si diffondeva. Si assopiva quel suono di risata e si spegnevano una ad una le luci della notte di Santa Lucia. Ed in egual modo il ciocco rugoso e grande era consumato e non ne rimaneva che cenere ed un flebile filo di fumo profumato di resina.

- Annalisa Ferri -