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domenica 26 marzo 2017

Il profumo della domenica



- Un racconto di Annalisa Ferri -

Bruno Vallino art

La sottile e atavica voce del grillo si era spenta nell'avanzare della notte. Dopo nottate silenziose, nella valle era tornato come un antico metronomo a scandire le ore di luna, per sussurrare dolcemente fino a spegnersi poi con i raggi chiari dell'alba. Quel piccolo animale era nascosto a recitare la sua elegia d'amore tra i fiori del prugno ed attendeva di trovare una compagna con cui cantare in estate, sperando di farlo prima dell'arrivo dell'equinozio di primavera. Per tutte le ore di imperante luna, aveva custodito e il borgo e lo aveva protetto dal silenzio che mostrava le grida degli uccelli notturni e degli animali selvatici in cerca di cibo. All'alba, il chiarore gentile che muta il cielo e rischiara il fondovalle ancora impastato di leggera foschia, il primo passero aveva tessuto un buongiorno ricamato di rime ed eco e planava sul borgo ancora addormentato, posandosi sul ciliegio quadrilustre scoppiato di fiori.




Lì, chiuso in un piumaggio nuovo, attendeva che il sole si alzasse un poco da dietro i piccoli monti preceduto dal suono delle campane che svegliavano quella gente attenta e laboriosa. Si perdeva tra i vicoli in sassi e serpenti di edera, un profumo intenso di lievito e vaniglia ed antichi liquori dei dolci pasquali dalla lunga lievitazione, che per tutta la notte avevano riposato negli ingressi delle case, coperti da teli di lino. Le donne li avevano vegliati con cura, nell'attesa che cotti avrebbero donato il loro profumo alla benedizione prima della Pasqua, posti al centro del tavolo circondati da uova e palme. 


Quel tenero profumo, ricordo dell'infanzia e segno di memoria, si intrecciava all'odore buono di erba nuova e bagnata, che saliva dagli orti e dai prati. Entrava nelle case non appena venivano aperte le finestre per far entrare il sole ancora bambino e si diffondeva leggero tra il buon aroma di farina che insieme alle uova come in una piccola magia diveniva in poco tempo, prima che il giorno indorasse i vicoli nascosti, pasta fatta in casa, sottile, leggera, posta tonda sul tavolo ad asciugare. L'aria che veniva dalla valle profumata di resina e foglie nuove, la accarezzava con le sue infinite, invisibili mani, rendendola ruvida e benedicendo la mano veloce della nonna, che la sfilettava in mille fili dorati. Bolliva intanto il sugo nella pentola grande, che presagiva l'arrivo dei nipotini o di riunioni familiari o forse di amici lontani, e camminando tra le strade si leggeva il menù senza testo, tra i sapori dell'aria, diverso nelle quantità di ingredienti ma uguale perché la domenica era un rituale da menù quasi fisso. Ogni albero nell'orto era in fiore e quell'intenso odore di nettare e di fresco accarezzato da una brezza gentile si univa al bucato steso alla marsiglia ed al nuovo muschio nato sui muretti a secco.





Leggero nel cortile delle case, da anni, dondolava il rosmarino ricco di fiori viola, principe della domenica in attesa che i suoi cugini, la salvia, la maggiorana, il basilico si svegliassero dai mesi nebbiosi e freddi per speziare gli orti al tramonto ed i balconi e le cene improvvisate. Nell'attesa della messa domenicale, delle parole di conforto e di guida, il borgo aveva iniziato a vivere brulicante di occupazioni senza tempo, mentre il grillo rimasto sveglio per tutta la notte a poetare alla luna sfocata, dormiva ai piedi del borgo, nella pineta aulente di acqua e sottobosco, tra le prime foglie dell'edera aggrappata ad un tronco di pino mediterraneo, tra una nuvola di profumi diversi ed armonici, che mescolati ne davano uno solo, inconfondibile da sempre: il profumo della domenica.


- Annalisa Ferri -

venerdì 24 marzo 2017

La festa degli alberi.

Un bel racconto dal libro scolastico di terza classe del 1931 del mio papà, interamente scritto da Grazia Deledda.



Illustrazione Pio Pullini, originale dal libro del 1931


In viaggio.

Si va in campagna. Il maestro conduce un gruppo dei suoi migliori alunni alla festa degli alberi. Già il viaggio è per tutti un principio di festa, perchè con un comodo tramvai si attraversa la campagna in fiore. E' la primavera, in tutta la sua fresca bellezza: gli orti sono colmi di verdure, i giardini di rose, di margherite; sugli alberi si vedono i frutti, alcuni dei quali, come le amate ciliege, cominciano a maturare. Bello è vedere, tra il verde dei pascoli, le greggi custodite dal cane, che al minimo pericolo abbaia per richiamare l'attenzione del pastore e, a misura che il tramvai sale la collina, l'orizzonte allargasi e città e paesi apparire in lontananza. Ed ecco la prima fermata; i ragazzi ancora non scendono, ma dai finestrini vedono il paesetto grigio, in mezzo alle vigne, e a fianco della piccola stazione tutta lieta di fiori, una scuola all'aperto.


Foto dal web del 1957 / 58


L'arrivo.

Si scende alla seconda stazione. Il maestro del paese, coi suoi alunni, aspetta quello della città per recarsi tutti assieme al campo, dove si svolgerà la festa degli alberi.
I ragazzi, sulle prime, si guardano con diffidenza; quelli del paese sono quasi tutti figli di vignaiuoli e di contadini, ma non intendono di essere presi in giro da quelli della città. Mentre, sotto la guida dei maestri, si attraversa il paese e si prende la strada dei campi, si fa amicizia, non solo, ma sono quelli del luogo che cominciano a burlarsi degli altri.
C'è, per esempio, Cherubino che si ferma a bocca aperta davanti a una distesa di cespugli alti dalle larghe foglie, e poi grida, con la sorpresa di uno che fa una grande scoperta:
- Guarda, guarda! Queste sono dunque le piante dei carciofi!
E tutti ridono alle sue spalle. Anche gli altri suoi compagni poco distinguono una pianta dall'altra; ma i maestri, e soprattutto l'agronomo che dirige la festa, sono lì apposta per istruirli in proposito.

Foto dal web del 1957 / 58



I nomi delle piante.

L'agronomo è un signore alto e robusto, che li riceve in un grande prato nudo di alberi, ma dove già alcuni uomini hanno vangato la terra e scavato grandi buche.
Il posto è bellissimo; si sente un'aria aromatica, un profumo di terra smossa.
- Questa festa - spiega l'agronomo - è stata istituita per insegnare ai ragazzi che bisogna coltivare la terra e amare gli alberi quasi come fratelli. L'albero è necessario all'uomo non solo per i suoi frutti, per la sua legna ed i suoi tronchi, ma, soprattutto, perchè purifica l'aria e rende bello il luogo dove cresce.  Noi oggi pianteremo qui solo alcuni esemplari delle innumerevoli specie di piante che crescono nella nostra fertile Italia, e cioè quelli adatti alla terra ed al clima di questa regione. Questo è il vostro albero preferito, il castagno, - dice, sollevandolo dal fascio dei virgulti che aspettano di essere piantati; e lo consegna a Sergio, insegnandogli come deve collocarlo nella buca, e poi coprirlo di terra con la vanga e la zappa - e questa è la quercia, la cui ghianda nutrisce i maialini dai quali si fa il saporito prosciutto, buono per le vostre merende. E questo è il platano, e questo il tiglio, e questo il noce, i cui frutti e il cui legno sono apprezzati in tutto il mondo.
A misura che li nominava, traeva dai fasci le piantine e le distribuiva ai ragazzi, aiutandoli a metterle nelle buche e insegnando come dovevano essere coperte di terra, sostenute da pali e circondate di siepe. E i ragazzi imparavano con slancio e gioia. In ultimo, sull'orlo del campo, fu piantata una fila di olivi.


Foto dal web del 1957 / 58



Colazione sull'erba.

Quando la piantagione ebbe termine, a ciascun ragazzo pareva che la sua pianticina già crescesse; e le voleva bene come ad un suo simile, secondo le parole dell'agronomo.
In ultimo tutti sedettero sull'erba, e fu servita una refezione composta di pagnotte imbottite di quel saporito prosciutto del quale aveva parlato l'agronomo, e che i ragazzi, un po' stanchi per la fatica, ma coloriti in viso e pieni di allegria, divorarono con grande piacere.
Una sorpresa e un premio furono infine per i ragazzi due cestini di fragole, che un contadino portò a nome del podestà del paese.


- Grazia Deledda -





giovedì 23 marzo 2017

Primavera


Un racconto dal mio libro di scuola di prima classe:




Dopo il lungo inverno, freddo e uggioso, la primavera ci porta la gioia del tiepido sole e il sorriso del cielo sereno. I prati si rivestono di verde, nei campi crescono le pianticine di frumento, i rami nudi degli alberi da frutto si coprono di fiori.
E fiori si vedono ovunque: tra l'erba spuntano le primule, le margherite, le viole; nei giardini sbocciano le rose, i tulipani, i gigli profumati. Intorno è una festa di colori.
Primavera! Fiori nei prati, nel bosco, nei giardini, dovunque. Cantano gli uccelli e intessono il nido. Le nevi si sciolgono e mandano al piano il saluto allegro di mille ruscelli. 

Da: Nuove Gemme, 1961




Dipinto di Bruno Vallino

mercoledì 22 marzo 2017

Rami di pesco





Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
sotto l’aspro alternar delle ventate
schioccanti come fruste sulle facce
di chi va, di chi viene, una vecchietta
vende rami di pesco.
O primavera
per pochi soldi! O riso, o tremolìo
di stelle rosee su bagnate pietre!
Scompare agli occhi miei la strada urbana
con fango e folla e strider di convogli
sulle rotaie, e saettar nemico
d’automobili in corsa. Ecco, e in un campo
mi trovo: è verde, di frumento appena
sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
con la promessa delle fronde al sommo
dei rami avvolti in una nebbia d’oro:
e peschi: oh, lievi, oh, gracili, d’un rosa
che non è della terra: ch’è di tuniche
d’angeli, scesi a benedire i primi
germogli, e pronti, a un alito di brezza,
a rivolar da nube a nube in cielo.


- Ada Negri -





martedì 21 marzo 2017

La prima margherita



Si risvegliò la prima margherita
tra l’erbe nuove sopra il breve stelo;
ancora tutta chiusa e infreddolita
levò la testa per guardare il cielo.
Vide venir la primavera e allora
gridò: “Fiorite, o sorelline, è l’ora!”.


- Lina Schwarz -


Lina Schwarz

lunedì 20 marzo 2017

Io son la primavera






Lucciole belle venite a me:
son principessa, son figlia del re.
Ho trecce d’oro filato fino,
ho un usignolo che canta sul pino,
una corona di nidi alle gronde,
una cascata di glicini bionde,
un rivo garrulo, limpido, fresco,
fiori di mandorlo, fiori di pesco.
Ho veste verde di vento cucita,
tutta di piccoli fiori fiorita:
occhi di stelle nel viso sereno,
dolce profumo di viole e di fieno,
e, per il sonno dei bimbi tranquilli,
la ninna nanna felice dei grilli. 



- Renzo Pezzani -


domenica 19 marzo 2017

San Giuseppe






"San Giuseppe vecchierello
cosa avete nel cestello?"

"Erba fresca, fresche viole
nidi, uccelli e lieto sole!
Nel cantuccio più piccino
ho di neve un fiocchettino,
un piattino di frittelle
e poi tante cose belle!

Mentre arriva primavera
canto a tutti una preghiera,
la preghiera dell’amore
a Gesù nostro Signore".


- T. Romei Correggi -