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martedì 23 gennaio 2018

Gennaio

(Daniela)




Vien Gennaio
col suo saio
con il fianco
tutto bianco.

Viene innanzi il vecchierello
e via caccia il tempo bello;
reca seco giorni brevi,
nebbie, venti, ghiacci, nevi.

- Carola Prosperi -


lunedì 22 gennaio 2018

Vieni come sei

(Daniela)




Vieni come sei, non indugiare a farti bella.
Se la treccia s'è sciolta dei capelli,
se la scriminatura non è dritta, 
se i nastri del corsetto non sono allacciati,
non badarci.
Vieni come sei, non indugiare a farti bella. 
Vieni sull'erba con passi veloci. 
Se il rossetto si disfà per la rugiada, 
se gli anelli che tintinnano ai tuoi piedi si allentano,
se le perle della tua collana cadono, 
non badarci. Vieni sull'erba con passi veloci.
Non vedi le nubi che coprono il cielo? 
Stormi di gru si levano in volo
dall'altra riva del fiume 
e improvvise raffiche di vento
passano veloci sulla brughiera.
Le greggi spaurite corrono agli ovili. 
Non vedi le nubi che coprono il cielo? 
Invano accendi la lampada della tua toilet. 
la fiamma vacilla e si spegne nel vento.
Chi può accorgersi che le tue palpebre
non sono state tinte d'ombretto?
I tuoi occhi sono più neri delle nubi.
Invano accendi la lampada della tua toilet. 
Vieni come sei, non indugiare a farti bella. 
Se la ghirlanda non è stata intrecciata, 
che importa;
se il braccialetto non è chiuso. 
lascia fare.
Il cielo è coperto di nuvole - è tardi. 
Vieni come sei; non indugiare a farti bella.

- Rabindranath Tagore -

sabato 20 gennaio 2018

La signorina Felicita ovvero la felicità (VIII e ultima parte)

(Daniela)



.................

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell'estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti da bei colchici lilla.
Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.
«Vïaggio con le rondini stamane...»
«Dove andrà?» - 
«Dove andrò? Non so... Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio...
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell'Atlantico selvaggio...
Signorina, s'io torni d'oltremare,
non sarà d'altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l'altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.
Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette...
Io non sorrisi. L'animo godette
quel romantico gesto d'educanda.
Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d'addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti...
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole...
«Un altro stormo s'alza!...» - 
«Ecco s'avvia!»
«Sono partite...» - 
«E non le salutò!...»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò...»
Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine...
M'apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l'abbandono
per l'isole perdute nell'Atlantico;
ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico...
Quello che fingo d'essere e non sono!

- Guido Gozzano -


venerdì 19 gennaio 2018

La signorina Felicita ovvero la felicità (parte I)


(Daniela)

Vladimir Volegov

Testo del poemetto poetico (anno 1911)



Signorina Felicita, a quest'ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest'ora che fai? Tosti il caffè,
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all'avvocato che non fa ritorno?
E l'avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d'un autunno addietro,
Vill'Amarena a sommo dell'ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l'orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill'Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell'edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Odore d'ombra! Odore di passato!
Odore d'abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo e il Centauro,
le gesta dell'eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d'arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia dl Nume ghermitore…

Penso l'arredo - che malinconia -
penso l'arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani della Bella Otero
alle specchiere… che malinconia!

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi paziente…Avita
semplicità che l'anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!
...................................

- Guido Gozzano -



Questo poemetto fu pubblicato per la prima volta sulla "Nuova Antologia" del 16 marzo 1909, e poi confluito nella seconda sezione - titolata Alle soglie - della raccolta I colloqui, pubblicata nel 1911.
Racconta la storia, solo immaginaria, di una signorina Felicita che abitava in una villa del canavese, probabilmente del Gozzano.
Strutturato internamente in otto parti e recante il sottotitolo di "idillio", il testo tratta una vicenda molto semplice, e tipicamente medio-borghese: il protagonista è un avvocato - all'incirca identificabile con Gozzano stesso - in vacanza nel Canavese (zona del Piemonte in provincia di Ivrea) lì si innamora di una donna, Felicita. La situazione, tipica di gran parte della lirica amorosa della tradizione, dà allora l'occasione a Gozzano di intessere dei piccoli quadretti di vita, dove, tra il serio e il faceto, cantare ironicamente sia la bellezza di Felicita che l'ambiente della villa di campagna in cui le vicende hanno luogo (la "Vill'Amarena" dei "bei giorni d'un autunno addietro"). Il tutto è appunto filtrato dalla dimensione malinconica del ricordo.

(dal web)


giovedì 18 gennaio 2018

Il filo di cotone

(Daniela)



C'era una volta un filo di cotone che si sentiva inutile.
«Sono troppo debole per fare una corda» si lamentava. «E sono troppo corto per fare una maglietta. Sono troppo sgraziato per un Aquilone e non servo neppure per un ricamo da quattro soldi. Sono scolorito e ho le doppie punte... Ah, se fossi un filo d'oro, ornerei una stola, starei sulle spalle di un prelato! Non servo proprio a niente. Sono un fallito! Nessuno ha bisogno di me. Non piaccio a nessuno, neanche a me stesso!».
Si raggomitolava sulla sua poltrona, ascoltava musica triste e se ne stava sempre solo. Lo udì un giorno un mucchietto di cera e gli disse: «Non ti abbattere in questo modo, piccolo filo di cotone. Ho un'idea: facciamo qualcosa noi due, insieme! Certo non possiamo diventare un cero da altare o da salotto: tu sei troppo corto e io sono una quantità troppo scarsa. Possiamo diventare un lumino, e donare un po' di calore e un po' di luce. È meglio illuminare e scaldare un po' piuttosto che stare nel buio a brontolare».
Il filo di cotone accettò di buon grado. Unito alla cera, divenne un lumino, brillò nell'oscurità ed emanò calore. E fu felice.

- dal web -


mercoledì 17 gennaio 2018

Le pannocchie

(Daniela)





(immagine di Fabio Faorzi, anno 1950 -modificata-)



Or che il granturco fu raccolto, a gara
le massaie hanno appeso in molte file
alle rozze verande le pannocchie.
Splendono le pannocchie sui graticci
di legno, gialle, d’un bel giallo ardente
ch’è quasi rosso, fitte di rotondi
chicchi, liete allo sguardo e liete al cuore.

Voi superbe, o massaie, per la casa
parata a festa come al Corpus Domini,
quando fra canti e mortaretti passa
col suo Gesù la Vergine Maria!
Splendono le pannocchie al sol d’autunno,
tutte certezza; ed ai fanciulli parlano
della polenta che la madre al fuoco
del nel paiolo rimesta, e d’un sol colpo
sul tagliere arrovescia, e, nel buon fumo
ravvolta, suddivide in tante fette
quante le bocche.

Giunto poi che sia
gennaio con la sizza come frusta
che scocchi su la pelle e con la neve
alta sino ai polpacci, oh, benedetta
la polenta che scalda mani, gola
e sangue, mentre sugli alari avvampano
secchi rami di pino intorno al ceppo,
e dalle travi del soffitto in strane
ombre discende, adagio adagio, il sonno.


- Ada Negri -

martedì 16 gennaio 2018

Gennaio

(Daniela)



Bigio il ciel, la terra brulla,
questo mese poverello
nella sporta non ha nulla
ma tien vivo un focherello.

Senza greggia e campanello
solo va, pastor del vento.
Con la neve sul cappello
fischia all'uscio il suo lamento.

Breve il dì, lunga la notte,
cerca il sole con affanno.
ha le tasche vuote e rotte,
ma nasconde il pan d'un anno.

- Renzo Pezzani -