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martedì 22 maggio 2018

L'eco della pineta

(Daniela)

- da un racconto di Annalisa Ferri -







Le rose del cortile della chiesa erano ormai sbocciate e lasciavano propagare quell'aroma santo in tutto il borgo ancora addormentato ed immerso nell'aria azzurra dell'aurora. Il gallo nella valle espandeva la sua voce,era un gallo anziano ormai,che faceva fatica a svegliarsi presto al mattino,ma ogni uomo attendeva quel suono per iniziare la giornata,ogni donna per cuocere il pane,ogni viandante per riprendere il cammino. Si alzava quel pellegrino stanco dopo i richiami dell'animale e si dirigeva nella chiesa del piccolo centro di campagna in cui,come ogni mattino nel mese di maggio dalla chiesa fin dall'alba si alzava un soffice coro di voci che all'unisono, recitava il rosario. Il parroco vestito di nero guidava le litanie alla vergine e le donne e le suore facevano eco a quella voce roca,mentre la perpetua teneva in mano una candela accesa e con la testa china. Gli uccelli erano ormai svegli, e chi tra loro nemmeno nella notte aveva dormito, si lasciava coprire di quella nuova pallida luce, che dall'azzurro sfumava al giallo chiaro e la valle acquistava i nuovi contorni che nel giorno erano disegnati dalle ombre e dal sole. Qualche finestra si apriva al nuovo giorno, e vi entrava un profumo buono di erba e di campagna,insieme ai rintocchi delle campane delle chiese vicine ed a quelli quelle campanelle delle greggi che si incamminavano assonnate verso i pascoli bagnati di rugiada. Partiva il pastore prima della salita del sole e salivano insieme ,con i raggi che di intensità aumentavano e bruciavano la pelle dell'anziano uomo ,aumentava la pendenza e la fatica e quando l'uomo giungeva in cima alla valle,la palla di fuoco era alta nel cielo ,creava un'ombra fresca dove il pastore si fermava a dormire ed guardare i luoghi della sua infanzia mentre il vento trascinava inizio e profumi nell'intorno. I suoni giungevano così piano piano e si diffondevano in tutta la valle,arrivavano fino allo sguardo del cuculo, guardiano solerte del borgo, che era tornato da poco nella sua casa,lo stanzone ampio del casale abbandonato ancora addormentato tra i pini mediterranei e le foglie della pineta. La notte appena trascorsa era stata illuminata da una luna quasi piena,che compiendo un arco nel cielo aveva scoperto ogni angolo del buio, erano divenuti chiari i petali delle begonie e dei gerani, l'acqua della fontana ormai d'argento espandeva il rumore nei cortili abbandonati nel sonno. Così il cuculo aveva volato tra gli alberi, sovrastando la chioma del bosco, col suo grido ambiguo si era insinuato nella notte senza ore degli uomini del borgo, nel sonno dei cavalli lasciati nella valle. Iniziava sempre a cantare al tramonto il cuculo,quando il sole abbassava i suoi raggi ed illuminata i tratti sparsi ed alti delle colline, le mura più alte e nelle case la luce naturale era ridotta a piccoli fili flebili sui muri,che si riducevano col passare delle ore. E così quell'animale iniziava ad incuriosire la natura ed i passanti con quel suo "cucú" regolare e nella notte mai si confondeva tra i richiami dell'assiuolo, tra il borbottare altero del gufo è tra le grida folli della civetta. Il concerto degli animali notturni si sentiva ogni notte tra le vie del borgo e molte donne facevano il segno della croce perché per alcuni era presagio di sventura. Eppure dal tramonto tra i rintocchi delle campane del vespro, oltre alle rondini a svolazzare fino all'imbrunire, da sempre la notte aveva quel suono, quell'eco lontana che oltre a far paura,a volte faceva compagnia,quando la casa era vuota e l'eco dei battiti solitari del cuore era coperto da una natura che mai dorme e sempre veglia sul cammino dell'uomo.


- Annalisa Ferri -

venerdì 11 maggio 2018

L'Italia

(Daniela)


L'Italia porta in fronte un diadema di montagne ove le nevi eterne risplendono come gemme.
I suoi occhi sono azzurri come il suo cielo, come i suoi laghi.
Il suo sorriso somiglia a quello della primavera.
La sua veste è il verde lucente dei prati, quello più pallido degli uliveti, quello più cupo dei boschi; ha l'oro del frumento maturo.
I rubini e i topazi dei grappoli rigonfi; il rame ardente degli aranceti carichi di frutti.


- Giuseppe Fanciulli -


lunedì 7 maggio 2018

Le Santelle

(Daniela)




Quando viene maggio, tutte le Santelle 
con le Madonne messe lì alla buona, 
quelle poverine senza la corona 
sedute a una finestra senza antelle 
sono per me più belle delle chiese. 

Sopra un altare di rovi e gelsomini 
vestite di silenzio e di preghiera 
con le tendine di foglie e biancospini, 
respirano i colori della sera! 

Memorie antiche spalancate al vento 
devote sentinelle del villaggio, 
rosse di rose, rosse di ciliegie, 
sono un incendio quando arriva maggio.


- Elena Alberti Nulli -





Elena Alberti Nulli (Brescia, 1926)

domenica 6 maggio 2018

Il vecchio ciliegio

- Un racconto di Annalisa Ferri -





Era spenta l'ultima stella del mattino quando il sole era uscito con tutto il suo corpo dalla collina del bosco, svegliando il vecchio ciliegio che dormiva russando, coperto dell'ultima rugiada di primavera. Nella valle che iniziava a sgranchirsi, un passero cantava solitario in un orto, sull'albero del pero vestito di fiori. Le sue strofe intonate verso il borgo, si disperdevano tra le vie strette e l'odore del pane nuovo, tra lo zucchero dei dolci pasquali che nella notte erano lievitati. A godere di questi profumi che si diffondevano leggeri e come tante invisibili,infinite mani toccavano per poi ritrarsi ogni angolo della valle, c'era il grosso albero solitario e,poco più in là quel mattino,un coniglio dalla coda bianca, che saltellava sui raggi del primo sole che coloravano di oro la pineta ed i campi arati. Saltava tra gli alberi di noci schierati sotto la collina, salvata sotto l'ombra delle tenere foglie nuove del nocciolo, saltava nel silenzio rotto solamente dalle campane al collo dei cavalli. Guardava con stupore gli uccelli volare frenetici sopra di lui, sentiva le mille margherite sul prato cantare a più voci antiche canzoni di campagna, in un suono che si confondeva con il rumore del vento. Il coniglio era lì, saltando camminava tra i rovi ancora spogli delle more e tra l'ombra fresca del gelso , giungeva alla sorgente da cui un rivolo di acqua fresca correva veloce verso la pianura. Lì vi era una distesa di primule gialle, disposte una accanto all'altra, ordinate, che attendeva i complimenti di qualche viaggiatore solitario che si fermava ad osservarle tra il suono del vento e l'eco di passi di volpi. E queste la sera si stringevano tremando, quando il buio circondava ogni angolo del bosco e la luna ancora sottile non riusciva ad illuminare tutta la collina. Il sole che mescolava quei primaverili profumi destò il vecchio ciliegio da poco svegliato che vegliava da sempre sulle storie del borgo e e della sua vallata ,piantato da decenni al centro di un prato che si allungava fin dove arrivava al tramonto l'ultimo raggio di sole del giorno. I suoi rami vecchi ed imperfetti conoscevano a memoria i segreti delle stagioni, sentivano nell'aria l'arrivo della pioggia, si preparavano alla neve ,ospitavano tra le fronde d'estate i nidi degli uccelli da proteggere . Il suo tronco forte aveva visto bambini giocare pomeriggi lunghissimi, nascondendo i loro visi ed i vestiti colorati dietro di lui e quelle manine piccole e calde gli avevano regalato un sorriso nella solitudine degli anni. Quando quegli stessi bambini erano cresciuti, erano saliti sui suoi rami un tempo robusti per prendere le ciliegie e donarle alla donna amata,in una giornata di giugno calda, con le cicale a recitare tra le foglie. Nelle notti di luna,il ciliegio lasciato solo cantava tristi melodie accompagnato dal vento caldo ed allora giungevano le lucciole a danzare per lui, tra l'erba tagliata, radunandosi,ballando in cerchio, sfumandosi intorno ai rami. In autunno, quando le foglie invecchiate e secche cadevano tra la memoria delle estati infinite, il ciliegio altero e saggio sbadigliava tra la nebbia e confortava la disperazione di piccoli alberi dall'esile tronco che per la prima volta, perché nel primo anno di vita, vedevano spogliarsi, si vedevano senza chioma, senza protezione. Li consolava nel loro pianto mostrandogli il rosso del cielo, l'odore di vino nuovo di cui inebriarsi, facendogli contare i tonfi dei ricchi della castagne che cadevano mature al suolo. Li guardava divertito poi quando parevano saltare ed allungare gli arti stecchiti al cielo perché si scoprivano ,un mattino improvvisamente, coperti di fiori nuovi e di una nuova, inaspettata profumata fanciullezza. Rideva a riprese, muovendosi baldanzoso,e faceva così cadere petali di fiori che ridevano anch'essi a testa in giù fino a scivolare sull'erba in una giostra infinita. Aspettava paziente la neve che scendeva un tempo abbondante ed i fiocchi solleticavano i rami ed il tronco, in molti restavano su di lui ed ascoltavano le sue storie vecchie di secoli e si facevano compagnia reciprocamente fino all'arrivo,senza preavviso ,di un caldo sole in un mattino. Raccontava in quei giorni bianchi e silenziosi, storie di rondini tornate, di volpi vagabonde, di impronte di umani e di gatti, e di quel coniglio dalla coda bianca,che in una lieta mattinata trovò la sua compagna. Forse le margherite fecero la spia in un giorno di primavera, o forse il merlo lo sussurrò prima che si alzasse il sole. Ma quel vecchio ciliegio li vide guardare insieme la distesa delle primule e sparire poi tra le felci da poco rinate.





- Annalisa Ferri -



venerdì 4 maggio 2018

Madonnina del mare

(Daniela)

Nel mese di Maria,

una canzone triestina dedicata alla Madonna del mare:



Al primo sole si desta
la città della marina
e in un bel giorno, risuona
la dolce campana vicina
mentre sul mare d’argento
va il pescatore contento
passa e s’inchina
alla sua Madonnina
dicendole piano così:

“Madonnina del mare,
non ti devi scordare di me,
vado lontano a vogare,
ma il mio dolce pensiero è per te”
Canta, il pescatore che va,
“Madonnina del mare
con te questo cuore
sicuro sarà!”

L’ultimo raggio di sole
muore sull’onda marina
e in un tramonto di sogni,
lontano la barca cammina
fra mille stelle d’argento
va il pescatore contento
sente nel cuore un sussulto
d’amore sospira pregando così:

“Madonnina del mare,
non ti devi scordare di me,
vado lontano a vogare,
ma il mio dolce pensiero è per te”
Canta, il pescatore che va,
“Madonnina del mare
con te questo cuore
sicuro sarà!”


mercoledì 2 maggio 2018

A scuola con il nonno (Maggio)

(Daniela)


I genitori di Manuel e Barbara (6 e 2 anni) si sono decisi un po’ tardi, ma poi hanno sfornato ugualmente due splendidi gioielli. Lavorano entrambi, ma per stare dietro il più possibile ai bambini, la mamma ha deciso di prendere un lavoro part time. Tuttavia qualche volta deve chiedere aiuto ai nonni che, inutile dirlo, sono sempre disponibili. Quando per Manuel è scattata la scuola dell’obbligo, la mamma ha preso qualche giorno di ferie per seguire di persona l’impatto del suo bambino con il “pianeta scuola”. Poi, dopo qualche tempo, è subentrato il nonno che ogni mattina si carica lo zainetto in spalla e, tenendo ben ferma la manina di Manuel nella sua, si incamminano insieme verso la scuola. Una mattina, arrivando nel piazzale antistante la scuola, Manuel ha visto il suo amichetto Luca. D’istinto ha lasciato la mano del nonno, lo ha salutato con un bacetto frettoloso, è corso da Luca ed insieme sono scomparsi dentro la porta della scuola. Il nonno è rimasto un attimo a guardare, poi con un sospiro velato di malinconia, ha mormorato: “Bisogna che loro crescano e noi diminuiamo!”. Manuel si è trovato molto bene a scuola: vivace, attivo, socievole, sicuro di sé e per niente aggressivo. Di intelligenza pronta e fantasia sbrigliata. Si sono dimostrate utili le attenzioni usate nel periodo dell’infanzia: tanto affetto, ma senza debolezze, una disponibilità totale sia nel giocare con lui, che nell’ascoltarlo, nel dialogare, nel creare interattività, anche nell’ammorbidimento delle necessarie regole. “Ora speriamo che la scuola faccia il resto”, pensa il nonno tornando a casa. “Bisognerà comunque continuare a seguirlo, ad ascoltarlo, ad aiutarlo ad entrare in questo non facile mondo… Avrà bisogno di essere accompagnato quando farà i compiti… Forse bisognerà permettergli di invitare gli amichetti a casa, si sentirà importante… Poi c’è la nonna che fa una pizza così buona… Sta crescendo anche la piccolina che segue a ruota!... Coraggio, nonni: non c’è proprio da annoiarsi”.



lunedì 30 aprile 2018

Il pergolato di glicine

(Daniela)
- Un racconto di Annalisa Ferri -




Erano legati i batacchi delle campane delle due chiese del paese. Quella più antica, con grosse finestre altissime attendeva il momento della resurrezione accanto alla rocca sulla quale volavano le rondini fino al tramonto e scambiavano la grande postazione della finestrella ad arco con una famiglia di grifoni. La chiesa più giovane, circondata di ulivi, ascoltava il vento che sulla staccionata suonava melodia di oboe e flauti accompagnato dal nitrito di giovani puledri che nei campi vicini pascolavano senza posa.



 Il paese si preparava al rito della via Crucis immerso nella primavera, fra i luppoli nati all'ombra dell'edera e nella quiete di un tempo lontano. Un'anziana donna che viveva in una grande casa nel mezzo del paese, aveva finito di cuocere le pizze pasquali dalla lunga lievitazione, perché poi, nel momento in cui il Cristo si concedeva al Padre, i lieviti non potevano essere messi a cuocere. Nella sua sala da pranzo che dava sul bosco pieno di riflessi d'oro e di diverse tonalità di verde, aveva posto in fila una decina di pizze gonfie e profumate, coperte ora da teli con ricamate le sue iniziali.



Ogni tanto si recava nella stanza con le tende tirate quasi a far davvero riposare quei gonfi palloni. La casa era imbevuta di profumo che si univa a quello delle begonie appena innaffiate ed a quello intenso del glicine sbocciato. Vi era infatti nel cortile un pergolato che da anni faceva ombra alle giornate ed era la prima pianta a ricevere la luce del sole e l'ultima a lasciarla, quando si abbassava tra il bosco e solo il picchio ogni tanto ciarlava.



 Quando in autunno i fiori e le foglie cadevano, il tino mandava in alto il profumo di mosto e faceva tornare quel viola perduto. In estate invece il glicine riparava le ricamatrici, accoglieva i sospiri delle ragazze intente nella lettura e vegliava i sonni del gatto bianco e nero. Tra glicine dolce in primavera si nascondevano le farfalle innamorate e le api rubavano il nettare melenso, curiose, spiavano quell'amore che durava un giorno, l'unico della loro vita. Mentre espandeva per le vie quel dolce soffio come dono silenzioso, nel paese si preparava il piccolo altare per la processione della via Crucis che al tramonto avrebbe coinvolto tutte le case:



ogni vicolo nascosto si trasformava in una delle quattordici stazioni che la comunità avrebbe rivissuto tra vasi di fiori posti accanto a candele e torce fumanti, fino a giungere davanti a quel glicine umile, che guardava vergognoso del male in basso, capovolto come morì Pietro. Composto, il paese in fila pregava dopo il canto nella messa dei Vespri dell'Agnus Dei e dopo la processione la luna alta nel cielo mostrava il suo volto rotondo e color cenere, mentre in silenzio il paese si chiudeva nelle case a pregare ed il bosco illuminato di luce mesta vegliava mormorando sulla vallata argentata e sconfinata nell'eco di un lontano sussurro. A questa piangendo rispondeva il glicine che cantava solitario i canti della passione ed attendeva la resurrezione nel luccichio della prima rugiada posata sui suoi occhi viola nell'alba.



- Annalisa Ferri -