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sabato 27 maggio 2017

Maggiolata





Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori;
porta le ortiche e i fiori,
i serpi e l'usignol.
Schiamazzano i fanciulli
in terra, e in ciel li augelli:
le donne han ne i capelli
rose, ne gli occhi il sol.
Tra colli prati e monti
di fior tutto è una trama:
canta germoglia ed ama
l'acqua la terra il ciel.
......

- Giosuè Carducci -

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-154346>

giovedì 25 maggio 2017

Lavandare






Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.



E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l’aratro in mezzo alla maggese.


1891
- Giovanni Pascoli -


mercoledì 24 maggio 2017

Il gelsomino notturno








E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.


- Giovanni Pascoli -


martedì 23 maggio 2017

A una suora





Zenobia, la zia suora
della Piccola Casa del Gesù,
la zia Zenobia mi ricorda ancora
i giorni belli della gioventù.
Quando eravam bambini
andavamo a trovarla, io e mio fratello.
Ci aspettava alla soglia del cancello
e ci donava certi confortini...
Confetti rosa, viola,
verdi, turchini: una ghiottoneria!
"Cari bambini, come va la scuola?
Meritate i confetti della zia?"



Ci prendeva per mano,
ci portava pei viali del giardino.
Di quando ero bambino
questo forse è il ricordo più lontano.
Rivedo il giardinetto,
riodo il suono della campanella
lontana, il cigolar del cancelletto,
sento il grato profumo di mortella (*),
e nella bocca mi ritorna ancora
il sapor dei mentini rossoblù
dolce ricordo della gioventù;
e rivedo Zenobia, la zia suora
della Piccola Casa del Gesù.


- Madrigale n° 2
da: "Casa Serena" del 1965 -


(*) mortella: mirto






sabato 20 maggio 2017

La cucitrice




Per tutto il pomeriggio della festa
la ragazza ha cucito alla finestra.
Ma adesso che comincia ad annottare
c'è da cavarsi gli occhi ad agucchiare,
e lei chiude il cestino dei lavori
e si leva e si affaccia a guardar fuori.

Sotto i lampioni grandi come lune
passa la gente e pare un cupo fiume.
Dalla campagna giungono folate
d'erba fresca e di timo profumate.

La ragazza ha un gran peso sovra il cuore;
le brucian gli occhi e la testa le duole...
Nel cielo pallidissimo s'affisa
(il vento adesso sa d'erba luisa);
poi s'apre un po' la blusa sovra il petto,
e porge all'aria il collo di mughetto.



- Diego Valeri -

venerdì 19 maggio 2017

La gioia perfetta




Com’è triste il giorno di maggio
dentro al vicolo povero e solo!
Di tanto sole neppure un raggio;
con tante rondini, neanche un volo...

Pure c’era in quello squallore,
in quell’uggia greve e amara,
un profumo di cielo in fiore,
un barlume di gioia chiara.

C’era… c’erano tante rose
affacciate ad una finestra,
che ridevano come spose
preparate per la festa.

C’era seduto sui gradini
d’una casa di pezzenti,
un bambino piccino, piccino,
dai grandi occhi risplendenti.

C’era in alto una voce di mamma,
così calma, così pura!
che cantava la ninna nanna
alla propria creatura.

E poi dopo non c’era più nulla…
Ma, di maggio, alla via poveretta
basta un bimbo, un fiore, una culla
per formare una gioia perfetta.


- Diego Valeri -



martedì 16 maggio 2017

A una cuoca

Tra i miei ricordi d'infanzia ne ho uno rimasto ben impresso nella mente, la visita a casa mia di una anziana cugina della mamma, che abitava da anni in Sud America, a Santiago del Cile: la signora Isolina. Era il 1965 e nel periodo in cui soggiornò qui in Liguria ci omaggiò di parecchie sue visite; ognuna era una festa per i regali che ci portava: una grande bambola in gesso (era alta come me che avevo 5 anni) splendidamente vestita, che io e mia sorella chiamammo Manuela, spille dorate e altri monili, piccoli bauli antichi, soprammobili per la casa e altro. Il dono da me preferito fu un'Agenda dell'anno in corso (1965, appunto) che le avevano dato in banca e lei non usava. Non era una semplice agenda bianca, ogni giorno dell'anno trattava vari argomenti: Igiene, salute e bellezza, lavori di casa e tempo libero, letture e guardaroba dei bambini, galateo, giardinaggio e viaggi, risparmio ecc....
C'erano poi delle poesie dedicate a varie figure femminili, chiamate MADRIGALI.
La mia preferita, che imparai poi a memoria, è sempre stata questa:





Chi mi rammenta il nome di Onorina?
La cara, vecchia cuoca ciabattona.
Mi rivedo bambino, là in cucina:
"Onorina, una favola; sii buona..."
Mi faceva sedere sulla tavola
e incominciava a raccontar la favola:
"Senti: c'era una volta una gallina...
(frattanto setacciava la farina);
... una gallina che ogni giorno sano
faceva un uovo: l'uovo quotidiano".
Così dicendo, tre uova spezzava
nella farina, ed agile impastava.
"Venne il mago per darle tante botte...
(ed intanto la sfoglia rimenava)
Col suo bastone venne, quella notte,
ma nell'oscurità non la trovava.
E per incanto la gallina bruna
volò su al cielo e diventò la luna".



La fiaba era finita, e sulla tavola
riposava una bella luna piena:
era quella, la luna della favola,
oppur le tagliatelle per la cena?
Non so, perchè Onorina in ogni cosa
sapeva unir la poesia alla prosa.
Forse è per lei che la gastronomia
la scambio spesso con una poesia:
vedo una luna d'oro sulla madia...
m'immagino un poeta dell'Arcadia.
Così mi accade di sognar le stelle
mentre mangio le buone tagliatelle.


- Madrigale n° 1
da: "Casa Serena" del 1965 -




lunedì 15 maggio 2017

La tela della vita


- Un racconto di Annalisa Ferri -





L'anziana sarta del paese, con l'avanzare cadenzato della primavera, aveva ripreso i suoi lavori nel cortile dai mattoni viola e gialli a nido d'ape della sua casa, all'ombra del pergolato della vite. I suoi occhi erano stanchi, provati dagli anni e dai lunghi lavori notturni, protetti ora da lenti spessissime e non vedevano i dettagli che una volta caratterizzavano il suo lavoro, ma le mani, piccole e deformate, seppur stanche ed invecchiate, arrivavano laddove gli occhi non potevano. Nel paese e nei borghi vicini tutti avevano nelle case qualcosa donato dalle sue mani: un panno con le proprie iniziali, un corredo di nozze, un vestito da carnevale per i bambini, l'abito nuziale agognato, ed ancora il saio con il quale i piccoli avevano ricevuto la Comunione per la prima volta ed in chiesa, come dono votivo, la tovaglia che era posta sull'altare con disegnate le rose sbocciate ed il volto di Gesù.



Aveva cessato ormai di ricevere commissioni per i lavori, la sarta, complici gli anni ed una durezza di vita con però molti attimi di felicità fugace, ma per se stessa continuava a cucire, a tessere, in inverno vicino al fuoco mentre la malva raccolta nei prati bolliva sulla stufa a legna, ed in estate tra il suono delle rondini, sotto quel pergolato, che era l'unica fonte di ombra nello spazio all'aperto della piccola casa.




Ogni giorno, appena il sole illuminava tutto il paese, alzava la sedia bassa di paglia e la posizionava sotto le foglie larghe della vite e lì restava fino al tramonto. Nell'ora del vespro, continuava a cucire e ricamare , mentre il primo grillo iniziava il canto più acuto degli altri che accompagnava la notte, l'anziana sussurrava il rosario e quell'eco bisbigliato spaventava a volte i bambini che rincorrevano l'aquilone.



Ormai era disabituata ai cambiamenti, alle novità, viveva ripetendo i suoi i gesti da anni ogni giorno e questo le dava tranquillità. Non aveva, ad esempio, mai tolto una vecchia tela che un ragno aveva con cura creato e lei nelle zanne dell'animale rivedeva la sveltezza delle sue dita di una volta e poi una fanciulla istruita le aveva letto una storia di una brava ricamatrice che sfidando una dea venne tramutata in ragno. Ed allora quel piccolo essere continuava a vivere indisturbato tra le foglie larghe della vite, era il primo a vedere i lavori terminati ed il primo a conoscere i nuovi progetti di seta che la donna ormai teneva per sé, riposti in un grande cassettone ai piedi del suo letto. La donna non si era mai sposata, era sempre rimasta sola da quel pomeriggio di pieno luglio quando in mezzo ai papaveri nel grano il suo uomo dovette partire dopo averle tenuto strette quelle mani che ora erano irriconoscibili.



 Ma non aveva mai smesso di aspettare quel giovane dalla pelle scurita dal sole del lavoro nei campi. La sera, così, si attardava volutamente, una volta terminati i suoi lavori in cui si rifugiava per rivivere i giorni conclusi, riportando in casa ciondolando la sedia antica, sulla quale da sempre era seduta. Si sporgeva poi dal cancello basso del suo cortile, appoggiando le mani stanche sulle sbarre e guardava la strada. Restava lungamente dopo il tramonto, vedendo il mondo cambiare e scivolare lentamente nella quiete e nel riposo della sera. Vedeva i bambini tornare a casa, le donne rincasare dagli orti con gli ortaggi raccolti, le farfalle svolazzare prima di tornare nei luoghi in cui riposano e che nessuno ha mai conosciuto tra l'ultimo svolazzare delle rondini.



Restava, alla fine, con la luna che si tirava su dalla montagna, rimanevano in silenzio l'una di fronte all'altra, ciascuna custode dei segreti altrui. Non diceva nulla la sarta anziana a quella faccia tonda e luminosa che saliva nel cielo e girovagava come una zingara per i prati ed i campi. Restava col mento poggiato sul cancello mentre l'odore dell'erba si intensificava nella sera tra quello delle peonie e scie di menta romana e rosmarino. 



Quei profumi sembravano più intensi ora che l'uomo non ne carpiva i segreti ed erano liberi di uscire e volare tra i prati. Conosceva, la luna, quanto il cuore dell'anziana pensasse e credesse e sapeva che la donna sarebbe rientrata in casa, come ogni sera, solamente quando l'azzurro sarebbe scomparso dietro una colata di nero ed altro non restava in cielo se non le stelle per iniziare un nuovo giorno di attesa, tessendo, incastrandole come nel punto a croce, altre ore della vita.



- Annalisa Ferri -



domenica 14 maggio 2017

Festa della Mamma









La festa della mamma è nata a metà degli anni cinquanta in due diverse occasioni, una legata a motivi di promozione commerciale e l'altra invece a motivi religiosi.

In Italia, a differenza di altre parti del mondo, fu stabilita come data di celebrazione l'8 maggio; tale data è rimasta immutata dal 1959 al 2000, quando fu spostata alla seconda domenica di maggio, per essere equiparata al giorno scelto dagli Stati Uniti, e per ragioni economiche e di mercato.
In questa occasione, i bambini offrono regali alle loro madri, come disegni o altri lavoretti che hanno realizzato a scuola.


Auguri a tutte le mamme!

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"Il mio bene"

Ti voglio bene, Mamma, come il mare!
Non basta: come il cielo! No, più ancora.
Mamma, ci penso già da quasi un'ora,
eppur quel nome non lo so trovare.


Il nome di una cosa grande grande
che ci stia dentro il bene che ti voglio.
Una balena, forse, o un capodoglio...


Oh, mamma, non mi far tante domande.
So che quando ritorno dalla scuola
i gradini li faccio a rompicollo,
per l'impazienza di saltarti al collo,
e il cuoricino, puf, balza in gola.



Ti voglio bene quando sei vicina
e quando non ci sei, quando mi abbracci.
Ti voglio bene anche se mi sculacci.
Sei soddisfatta, adesso, o no, mammina?


- Lina Schwarz -