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venerdì 27 gennaio 2017

"Uccelli in inverno"



Un racconto di Amorina Penna.

Prima che questo lungo gelo intenso regalasse alla campagna scintillanti stellate che incrostano l'oscurità profonda come gemme preziose, era spesso la nebbia ad abbracciare il giardino quando il cielo non ha ancora iniziato a ritirare quel suo manto color indaco mentre l'alba avanza lentamente sfiorando i pioppi e si dirige verso i monti alle spalle della siepe di confine. E' un'alba strana quella di queste giornate così gelide: si mostra quasi più fosca della notte per poi arrossare pian piano qualche sprazzo di cielo arrivando quieta a distendersi, indolente, impossessandosi di un Creato ancora immoto e silenzioso. E quando il sole man mano rischiara il giardino, l'erba scintilla di una crosta algida che si scioglie a poco a poco, pigramente, tenendosi tenacemente aggrappata ad ogni singolo stelo. In quel mentre arrivano le cinque cinciarelle saltellando sul glicine che si arrampica sul portico sotto allo studio. 



Lo studio era il vecchio fienile della stalla e, fatti i lavori per renderla abitabile, è rimasto il grande finestrone dal quale, una volta, veniva passato il fieno. La pianta è cresciuta in spire e volute attorno ai pilastri che sorreggono le tavole del portico formando una comoda scala per i gatti che poi raggiungono i tetti della casa traballando talvolta su qualche tegola smossa dal gufo.
Se le cince han capito che quello che in primavera trovano nei cespugli di lavanda sotto al finestrone in inverno non c'è, non tutte hanno il coraggio di venirselo a prendere sul davanzale:



 ce n'è una sola che svolazza guardinga con un frettoloso frullio d'ali, spesso dondolando su uno degli attorcigliati rametti flessibili guardando a lungo, da quel riparo, l'improvvisata mangiatoia; quando si sente sicura inizia a curiosare tra il cibo ignorando, quasi offesa, le noccioline di cui dovrebbero essere, invece, ghiotta. Allora arrivano il mio bellissimo amico pettirosso subito allontanato dall'intrepida prepotente - ma lui sa che il suo vero pasto sarà qualche ora dopo, insieme alle oche: il suo è solo un passare per un veloce saluto mentre mi preparo al lavoro - ed un merlo giovane a sua volta dissuaso dalla tappa.



Dopo aver beccato quello che preferisce, la cinciallegra batte le ali sui mucchietti di briciole fin che ne cadono abbastanza per le compagne rimaste sotto all'intrico del glicine, le raggiunge e poco dopo spariscono tutte assieme.
Dall'altra finestra passano le due ghiandaie con quella spettacolare fascia blu sulle ali. Pare siano uccelli solitari, timidi e schivi... Pare: le mie sono sempre in coppia e fino allo scorso inverno venivano a cibarsi golosamente assieme ai tre figli dei frutti del caco centenario e delle ghiande delle due querce. Allora le querce si animano di un arruffato frullare d'ali che ne scuote tutti rami in una danza festosa: tortore, passeri, merli, tordi ed un grosso uccello bruno rossiccio che non conosco affatto.




E mentre il sole continua a salire lento sciogliendo ancora un po' di brina, le gazze arrivano alla panchina tra le rose, in fondo al giardino, planando dai loro altissimi nidi conici sui pioppi. Zampettano nella loro elegante livrea bianca e nera quando, come rispondendo ad un appuntamento, le raggiungono alcuni colombacci iridati, curiosi passeri che si mettono in fila sullo schienale della panchina ed altri merli, mai sazi.



 Ed ecco le taccole col piumaggio grigio scuro scuro, aggressive e prepotenti, parenti dei corvi, che cercano di allontanare tutti minacciandoli con il nero becco affilato ma tutti si spostano appena cercando caparbiamente quel cibo già distribuito sul tavolo e sul davanzale e stranamente ignorato. Ne segue sempre una piccola zuffa sospesa nell'aria - più simile ad un balletto o ad un teatrino - e, all'improvviso come improvvisamente sono apparsi, spariscono tutti. Non hanno fatto un rumore, non hanno emesso un cinguettio, quasi il gelo chieda un silenzio che tra qualche mese sarà invece canto gioioso.

- Racconto e foto personali di Amorina Penna -

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