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venerdì 30 giugno 2017

Il vecchio mulino

- Un racconto di Annalisa Ferri -






Nel caldo dei giorni di metà giugno il piccolo fiume muoveva con tutte le sue forze la ruota grande del vecchio mulino in pietra. Il grano iniziava ad essere tagliato e come ogni anno le stradine bianche costeggiate dal timo e dai papaveri venivano battute più volte al giorno, perché tutti, dai villaggi vicini, venivano tra quelle pietre antiche per macinare i chicchi di cereali cresciuti con fatica. Il mulino era posto in mezzo ad un campo profumato di rose dai petali chiari e di ciuffi di finocchio selvatico, avanti al ruscello che si gonfiava in autunno con le prime piogge ed il cielo grigio, ma che regalava per tutto l'anno acqua fresca che all'alba rosea i camosci scendevano a bere. Nel tetto provato dal sole e da grandi nevicate invernali, un visibile buco tra i sassi era divenuto il nido dei colombi che ogni anno insegnavano da lì ai loro piccoli a volare sulla terra, durante l'alba chiara immersa nel silenzio e nella pace della campagna. Viveva in piccole stanze un mugnaio anziano, che con la sua famiglia aveva sempre vissuto lì: suo nonno, anni ed anni fa, aveva costruito il mulino e così suo padre e poi lui se ne occuparono con dedizione. Sapeva che in quei giorni grossi carri e rimorchi di trattori sarebbero giunti copiosi per macinare il grano, il mais, il sorgo e quei cereali che al sole divenivano ancora più biondi e che la luce della luna rendeva distese argentate piene di onde sfumate create dal vento. Alla sera il mugnaio passeggiava intorno al mulino con le mani dietro la schiena: sentiva il silenzio notturno rotto dalla grossa ruota che si tuffava nell'acqua e dai grilli e dai canti delle rane che nelle acque vicine cercavano l'amore.



Sentiva la vecchia civetta sbattere le ali tra i rami dei ciliegi che stendevano fino alle stelle i loro rami e coloravano di palline rosse l'entrata al mulino. Quel paesaggio che fin da bambino lo aveva accolto ,sembrava nuovo ogni sera e sempre lo commuoveva: vi era sempre la stella della sera che sorgeva prima che l'anziano iniziasse a mangiare e salutava il suo pasto brillando in mezzo ad un manto ancora chiaro. Eppure ogni sera il mugnaio la attendeva sporgendosi dalle piccole finestre, e sorrideva quando vedeva che era ancora là. Conosceva il profumo di fieno che giungeva dai borghi vicini e quell'odore di grano tagliato, quei chicchi superbi e perfetti, color d'oro che il mulino avrebbe trasformato in finissima polvere, servita nelle tavole nelle occasioni della festa e tramutata in pane, pasta fatta in casa, dolci profumati all'anice.



 Per il mugnaio era un partecipare a quei riti dei paesi vicini, quando sentiva dal suo mulino gli spari per l'uscita della processione significava far parte del mondo che passava da anni sotto le sue finestre sempre aperte in estate, ma che poi andava via, allontanandosi con i carrelli pieni di farina chiara o gialla. Chiunque lavorasse nei campi conosceva quell'uomo dal volto tondo e dagli occhi chiari che silenzioso mandava avanti il lavoro, raccontava aneddoti avvenuti nel bosco, offriva il suo buon vino rosso. Molti uomini che si mettevano in viaggio per far macinare il grano avevano stretto amicizia con l'anziano e spesso al lavoro seguivano pranzi sotto il pergolato, mentre la ruota continuava a tuffarsi in acqua e forse qualche fata del bosco faceva il bagno prima del tramonto tra il muschio acquatico e le ninfee.




 I giorni della mietitura correvano veloci, come ogni anno, ricordati sempre per il soffio intenso e caldo del vento che spettinava le spighe, i papaveri, trasportava il profumo del rosmarino e del basilico dai cortili ai campi e li mescolava con i selvaggi odori di erba nuova e di ortica.


Il giallo ed il rosso dominavano quelle giornate lunghissime, piene di lavoro e di suoni, con le sere passate a macinare finché la luna non raggiungeva la massima altezza ed ogni luogo diveniva chiaro.



In quelle sere dal chiarore che profumava di estate e di eterno, si restava svegli insieme alle lucciole e quei doni di compagnia e di chiacchiere quotidiane con gli umani venivano conservati nell'anima del mugnaio, prima di tornare a ritirarsi in un autunno pieno di foglie da contare e di vino dolce da imbottigliare, dove i soli passi che avrebbe incrociato sarebbero stati quelli di qualche pastore che prevedeva il suo gregge o di un gatto grigio dagli occhi verdi, che, chissà mandato da chi, avrebbe tenuto compagnia all'anziano ascoltando le sue storie accanto al fuoco,mentre fuori la ruota del mulino continuava a tuffarsi, come ogni giorno, nell'acqua ora divenuta gelida.



- Annalisa Ferri .

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