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sabato 16 settembre 2017

Il fazzoletto ricamato di viole

(Un racconto di Annalisa Ferri)





Le case in pietra del borgo iniziavano a svegliarsi tra una sottile nebbiolina dorata, in mezzo alla rugiada gentile posata sui prati e sugli orti. Le grandi persiane scure si aprivano al canto del gallo dopo l'alzarsi del sole e vi lasciavano entrare le grida di gioia delle rondini che annunciavano l'arrivo del giorno nuovo. Il bosco si tingeva d'oro e si perdeva in un timido saluto alle stelle che sparivano una dopo l'altra. Tra le vie silenziose ed ancora addormentate, sotto i nidi delle rondini, passava un anziano sulla sua bicicletta, lentamente cigolando ad ogni pedalata. Nel taschino della giacca che sempre aveva poggiata sulle spalle, sia in autunno quando completava la vendemmia, che in estate quando col sole che scendeva dietro la valle tornava a casa, spuntava un fazzoletto bianco, con un merletto intorno ed in un angolo ricamate tre viole.



Da quel piccolo quadrato di stoffa antica non si separava mai, nemmeno nelle occasioni della festa in inverno: lo lasciava asciugare al sole mite di febbraio, oppure sotto quello forte di luglio, dormiva con lui sul comodino e lo metteva poi nel taschino e lo seguiva ovunque andasse. Tutti nel paese chiamavano l'anziano "l'uomo dal fazzoletto di viole", quando passava sulla sua bicicletta oppure quando la sera tornava a casa sotto le stelle e le cascate delle magnolie. In pochi conoscevano la storia di quell'uomo buono, dal volto malinconico, dai grandi occhi neri provato negli anni dal cocente sole di lunghe estati e tutti nel vederlo pregare in chiesa inginocchiato davanti alla statua della Vergine, comprendevano un dolore nel suo cuore.



Nei sussurri delle preghiere pronunciate ad occhi chiusi, c'era l'eco lontana del canto delle mietitrici una mattina di inizio luglio in mezzo ad un campo inondato d'oro e di papaveri. In quelle giornate lunghissime, piene di fatica e di lavoro, si perdeva il sorriso di uno sguardo antico, di un riso dolce e di timidi occhi che veloci si abbassavano, di corse tra le spighe di grano, di bagni veloci nel torrente quando le ore caldissime lasciavano spazio solo alle cicale impazzite che urlavano al cielo dai tigli e dai faggi. Nel sussurro che l'anziano ripeteva in chiesa c'era lo sguardo forse troppo profondo di un giorno di luglio, in cui non parlò l'uomo ma parlò il cielo, in cui in quel canto di lavoro riconobbe quella voce, la sentì staccarsi dalle altre, volare fino a lui come se fosse un assolo in mezzo alla valle. La vide voltarsi con il suo sorriso ed i capelli neri lunghissimi ed allora sembrò che cantasse solo lei per lui e che le cicale cessassero il loro canto, il vento muovesse solo il vestito di lei, il grano non ballasse più ondeggiando le spighe, il cielo da azzurro divenisse dorato in mezzo all'oro dei campi.
Non finì mai quell'istante lontano ed ancora nei campi l'anziano sente quella voce sovrastare le altre, vede quegli occhi rimasti giovani e quel sorriso timido entrare nei suoi occhi lentamente e distendersi nell'iride restandovi per sempre. Negli ultimi giorni della mietitura quel sorriso stanco provato dal caldo sembrava non spegnersi mai, ma restare intrappolato nelle parole cantate al cielo, sotto il volo delle rondini che a volte annunciavano i temporali nei borghi vicini. Fu una sera dal tramonto rosso, in cui i campi erano arancioni che quel sorriso si avvicinò ed esplose tornando a far muovere il grano, le fronde verdi, più rapida sembrava scorrere l'acqua della fontana di pietra. Quegli occhi femminei neri tesero alle mani stanche un fazzoletto profumato di lavanda, ricamato nelle prime mattine buone di aprile, con un merletto intorno e tre viole colore lillà ricamate in un angolo.



Lungamente quel sorriso restò fisso davanti agli occhi allora giovani dell'anziano ora inginocchiato davanti alla Vergine, prima di sparire correndo tra le spighe e i girasoli che guardavano il sole scendere dietro le montagne ed abbassando il capo non videro quella corsa a due in mezzo al grano, tra i rotoli alti del fieno, mai conclusa. Nelle preghiere e nel sussurro dell'anziano, c'è ancora quella corsa, ci sono quegli occhi grandissimi che si voltano a guardare, c'è il canto ed il sorriso tra i papaveri gentili, vi è il ricamo del fazzoletto che sempre esce dal taschino sinistro e torna ogni sera nel cuore.


- Annalisa Ferri -


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