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giovedì 26 gennaio 2017

"Fata Pagnotta"

(Daniela - Luna Nera)



Tutte le mattine, Arianna, prima di andare scuola si fermava alla panetteria dell’angolo per comprare la merendina da consumare a ricreazione.
Si immergeva nelle grandi ceste fumanti di dolci profumati, ma poi finiva sempre col prendere il solito panino integrale consigliato…pardon imposto dalla mamma. Usciva dal negozio con gli occhi pieni di desiderio e la bocca amara al pensiero della sua triste merendina.



L’ora della ricreazione era un trionfo di odori e sapori appena percepiti e che svanivano in un lampo appena Arianna apriva il suo misero fagottino giallo ocra, nessuno, proprio nessuno chiedeva di assaggiarne un pò… un pò? Tutta gliela avrebbe regalata, anzi avrebbe firmato un contratto per il resto dell’anno scolastico.

Quel sabato, Arianna, aveva deciso di fare di testa sua…infatti non aveva imparato la poesia, non aveva riposto in ordine le matite colorate nella scatola di latta e aveva stropicciato il pigiama sotto il cuscino, senza piegarlo per bene come le ripeteva la mamma.
Entrò, convinta di essere ormai padrona di se stessa, nella panetteria della signora Olga, che proprio in quel momento riponeva i cornetti alla crema nel loro contenitore.




– Cosa? – chiese Arianna

La signora Olga la guardò interrogativamente, poi tornò alle sue faccende.

Arianna rimase perplessa: era proprio sicura di averla sentita parlare. Continuò a passare in rassegna dolci e biscotti, ciambelle e tranci di torta… doveva fare una follia, doveva essere il massimo.

– Scusi signora, cosa ha detto? –

La fornaia alquanto infastidita la guardò seccata: - nulla, non ho detto nulla, sbrigati anzi … farai tardi a scuola! -

– Mannaggia a me – pensò Arianna – non ce la faccio proprio a disubbidire alla mamma –

Mestamente prese il suo solito, pallido, insipido panino e si diresse verso la scuola.

Come ogni giorno, alle dieci in punto, la maestra annunciò la ricreazione e anche quel giorno la povera bambina cominciò lentamente a scartare il suo pacchettino… – Me ne dai un pezzetto? – chiese Paoletta, la sua compagna di banco.

Arianna ebbe una scossa… un pezzetto? Tutta gliela darò…
Fece per prendere il suo rinsecchito panino, ma… meraviglia delle meraviglie!!!!!
Stava spezzando un caldo, succulento dolcetto al cioccolato! Fu ben contenta di dividerlo con Paoletta e di gustarne il resto leccandosi perfino le dita.


Il giorno dopo Arianna, una volta dalla fornaia, senza troppi indugi prese il suo panino e scappò via. Anche quella fu una ricreazione memorabile, grazie ad un cornetto alla crema colmo da scoppiare.
Continuò così per giorni, per mesi … per tutto il resto dell’anno scolastico.


L’ultimo giorno di scuola i bambini potevano recarsi a scuola senza grembiulino ed Arianna voleva proprio indossare quel vestitino comprato l’estate prima, quello stretto in vita e decorato con fiocchetti di organza. Con l’aiuto della mamma lo tolse dall'armadio e lo infilò… lo tirò e lo tirò… anzi lo tirarono a quattro mani ma... niente da fare, l’abito non scendeva.


– Sei ingrassata! – sbottò la mamma.
– Ma come è possibile… non capisco… non capisco proprio –
Arianna muta si guardava desolata allo specchio, come era successo? Una volta aveva un grazioso visino delicato e un fisico esile ed elegante, ma ora, ma ora…somigliava ad uno dei panzerotti ripieni della signora Olga.


– Ti metterò a dieta, dieta stretta, strettissima, più stretta di quanto ti vada questo vestito –
Arianna si guardava atterrita e man mano che la mamma urlava lei diventava sempre più grassa, sempre più tonda… fece per muoversi, se non altro per sfilarsi quella specie di camicia di forza, ma cadde a terra e cominciò drammaticamente a rotolare, finì sotto il letto senza riuscire a rialzarsi, disperata annaspava alla ricerca di un appiglio, di un sostegno di un…
– Arianna, è così che ti chiami vero?-
La signora Olga la fissava con dolcezza – che hai? -.
Arianna si ricompose, che cosa era successo… si era addormentata, aveva avuto le visioni, era stata rapita dagli alieni?
– Ascolta, i dolci sono buoni, a volte ci aiutano a rendere la vita meno amara, ma bisogna gustarli con moderazione altrimenti ci creano problemi alla salute e al peso.


Come tutte le cose belle, li apprezziamo perché ci devono accadere ogni tanto, altrimenti diventano abitudine, quasi noia e non li apprezzeremmo più. Facciamo così… ogni tre panini, ti regalo un dolcetto… un patto tra te e me –
Arianna, a bocca aperta, annuì.
– Grazie signora Olga… grazie! –

Signora Olga per tutti, ma per gli amici "Fata Pagnotta".
Fata Pagnotta faceva un po’ ridere ma se ne guardò bene, dopo quella proposta andava bene anche Fata Pagnotta, Crostata o, che ne so... Pandora! –
Arianna stava per uscire, anzi era uscita quando la signora le gridò dietro: – Carini i fiocchetti di organza! –
– Cosa?- chiese Arianna stupita.
– Niente tesoro, buona giornata! –



Fiaba di Carmelina Fraraccio (dal web)





Immagini dal web di Daniela (Luna Nera)

mercoledì 25 gennaio 2017

"Una richiesta un po' particolare"


Un racconto di Annamaria Matera.


Un giorno di tanto tempo fa, Babbo Natale ricevette una strana letterina, con una richiesta un po’ particolare ...

Sprofondato nella sua morbida poltrona, davanti al grande camino acceso dove le fiamme danzavano allegramente, leggeva attentamente le letterine che i bambini di tutto il mondo gli avevano mandato con le loro richieste di doni. Gli occhialini rotondi che portava sul naso, a volte, ballonzolavano un po’ perché alcune richieste erano proprie buffe e lo facevano ridere veramente di cuore.





La più strana era stata quella di un bambino che gli aveva scritto: “Caro Babbo Natale, mi chiamo Marco e sono un bambino buono. Quest’anno, non ti chiedo doni, ma per favore, convinci tu la mia mamma a farmi portare dentro casa il pupazzo di neve che ho costruito in giardino. Di notte fa tanto freddo lì fuori, invece, accanto al fuoco si sta proprio bene. Se lui viene in casa, potremo giocare insieme e potrei dargli anche qualcosa da mangiare, prima che, per la fame, cominci a sgranocchiare la carota che gli ho messo per naso. Se non sai dove trovarmi, non ti devi preoccupare, perché adesso io ti do tutte le indicazioni per trovare la mia casa: io abito a …....” –
E gli scrisse l’indirizzo.

Babbo Natale, che ha girato in lungo e in largo tutto il mondo, conosceva molto bene il posto dove abitava quel bambino: era davvero un posto molto freddo, c’era la neve per molti mesi all’anno e la temperatura, a volte, scendeva di molti gradi sotto lo zero, specialmente di notte, quando non c’era neanche un raggio di sole.






Aveva ragione Marco: in quel posto, anche un pupazzo di neve avrebbe avuto freddo.

Mosso a compassione, decise di aiutare quel bambino generoso, anche se non sapeva ancora come avrebbe fatto. Era, comunque, arrivato il momento di partire, così chiamò le sue renne e disse loro: - Legata a quell’albero laggiù, c’è la mia slitta, anche se non la vedete perché è coperta di neve …






Coraggio, andate a prenderla e preparatevi, mentre io riempio i sacchi con i doni per i bambini.

Si parte!

Le renne litigarono un po’ per decidere come sistemarsi davanti alla slitta, ma quando Babbo Natale apparve sulla porta di casa, trascinando gli enormi sacchi pieni di giocattoli, erano tutte al loro posto, pronte a cominciare il lungo viaggio.







Salterello, che già scalpitava per la fretta di partire, girando indietro la testa, si accorse che Babbo Natale aveva caricato sulla slitta anche la sua vecchia valigia personale, dove conservava gelosamente i suoi vestiti rossi.

- Ma perché quest’anno porti anche la valigia? - gli chiese.

- Perché quest’anno nevica molto e potrei bagnarmi e se sarà così, dovrò cambiare vestito. Sono molto vecchio, ormai, e potrei beccarmi un raffreddore. E poi, quest’anno, dobbiamo andare in un posto molto lontano, ma muoviamoci, vi dirò tutto strada facendo - e cominciò a raccontare della strana richiesta di Marco.

- Cometa, tu che porti il nome di una stella, chiedi a loro se sanno indicarci dove si trova la casa di Marco -

- Per parlare con le stelle, dobbiamo andare in alto, in alto, proprio nel mezzo del cielo. Forza, su! Si vola! –





Cometa chiacchierò un po’ con le stelle; un angelo che passava da lì, ascoltò le loro ciance e si intromise nella conversazione: - Posso accompagnarvi io.

Conosco bene la strada e conosco molto bene Marco: sono il suo Angelo custode! E’ un bambino buono e sensibile, fate bene ad accontentarlo. Seguitemi, vi porterò proprio davanti alla sua casa, ma non correte troppo, le mie ali sono ancora piccole e non posso corr. …... oh, scusate, volevo dire volare troppo velocemente –

E si mise al fianco di Cometa, cercando di mantenere la loro andatura.
Arrivarono davanti alla casa di Marco che era notte fonda. Il pupazzo di neve era in giardino e intorno c’era solo buio e freddo, ma le finestre della casa erano tutte illuminate e quella luce dava un po’ di conforto anche al povero pupazzo. Marco gli aveva messo un vecchio cappello e una grossa sciarpa di lana intorno al collo, ma i bottoni che disegnavano la bocca, facevano un arco all’ingiù, come se fosse triste o non avesse voglia di sorridere. Il piccolo se ne stava dietro i vetri di una di quelle finestre, cercando di consolarlo con la sua presenza. Le renne e Babbo Natale non sentivano le sue parole, ma vedevano le sue labbra muoversi lentamente, mentre le lacrime gli rigavano le guance.
- Povero bambino!- disse Babbo Natale - soffre davvero per il suo amico di ghiaccio! Nascondiamoci prima che ci veda, appena andrà a letto, entreremo in azione -
- Ma come possiamo aiutarlo?- intervenne Fulmine - Non penserai davvero di portare il pupazzo di neve davanti al camino! Sarebbe come ucciderlo, si scioglierebbe in un attimo e Marco resterebbe senza il suo amico-
- Ci penseremo. Ora dobbiamo nasconderci - e, senza far rumore,
trascinarono la slitta dietro un grosso cespuglio carico di neve.
- Vi dirò io quando il bambino andrà a letto- cinguettò l’Angelo custode di Marco, volando sopra le loro teste - tanto, io per lui sono invisibile e posso avvicinarmi alla casa- E volò via, andando a posarsi proprio sul davanzale di quella finestra da
dove Marco parlava al pupazzo.






Quando le luci nella casa si spensero e rimase solo la fiamma del camino a rischiarare la notte, l’angelo chiamò la banda di Babbo Natale.

- Potete venire fuori, son andati tutti a letto -

Sbucarono da dietro il cespuglio quatti-quatti, ma Babbo Natale aveva l’aria preoccupata e continuava a lisciarsi la barba con una mano, perché non aveva ancora trovato una soluzione.
- Cosa possiamo fare per questo bambino? Cosa possiamo fare?- continuava a ripetere.
Fu proprio in quel momento che a Cupido, la renna più generosa delle altre, venne un’idea. - Capo - disse, rivolgendosi al vecchio preoccupato – se non sbaglio, quest’anno hai portato la valigia con i tuoi vestiti... ne hai tanti e tutti in ottime condizioni... potresti regalarne uno a questo povero pupazzo
infreddolito! -
- Bravo, Cupido! Bella idea! Forza, mettetevi al lavoro per vestire questo pupazzo -
Le renne, felici come non mai di poter finalmente curiosare nella segretissima
valigia di Babbo Natale, cominciarono a buttare per aria tutto ciò che conteneva e a prenderlo in giro.
- Ma di che misura sono questi vestiti? Dovresti metterti a dieta, capo!
Guarda questi pantaloni, sono enormi! E questa casacca? E la cintura? Ma quanto è lunga questa cintura? –






- Ma insomma! Come vi permettete? Il vostro compito è vestire il pupazzo e non fare commenti sulla mia linea -

- Linea?- sghignazzò Fulmine - è una linea molto curva, specialmente sulla pancia. Ma proprio in quel momento incrociò lo sguardo severo di Babbo Natale che lo rimproverava.

- No, no, scusa, non lo dico più – si difese.

- E’ inutile fare battute, ho già deciso di mettermi a dieta appena torneremo a casa - 
- Dici così ogni anno, ma poi.... -
- Lo so, lo so, ma quest’anno ci riuscirò e, comunque, non sono affari vostri. Forza, su, al lavoro! -
Vestire il pupazzo di neve non fu facile, ma, alla fine, le renne ci riuscirono.
Babbo Natale gli regalò anche uno dei suoi cappelli e dal fondo della sua valigia, tirò fuori anche una caldissima sciarpa.





- Ora non sentirà più freddo e il piccolo Marco sarà finalmente contento. Missione compiuta! Si riparte, amici miei, ci sono ancora tanti bambini da accontentare... -
E dopo aver lasciato una letterina per Marco proprio sul

pupazzo,




salutato il piccolo angelo custode, la slitta puntò di nuovo verso il cielo e le stelle, alla ricerca di altre case abitate da bambini buoni. La mattina dopo, Marco si sveglio di buon ora e corse sotto l’albero di Natale per cercare i suoi doni, ma non trovò nulla. Due grosse lacrime stavano per spuntargli dagli occhi quando sentì la voce della mamma che lo chiamava: - Marco, corri,

vieni a vedere il tuo pupazzo di neve! Qualcuno gli ha messo il vestito di Babbo Natale! -

Allora Marco capì e corse fuori in pantofole e con indosso solo il pigiama, mentre la mamma gli gridava: - Vieni dentro, fa freddo, ti ammalerai! - Ma il piccolo era già in giardino e saltellando davanti al suo amico di ghiaccio, cantava: - Che bello, che bello! Ora finalmente non avrai più freddo –
Solo in quel momento si accorse che da una delle tasche della giubba rossa spuntava un bigliettino. Era di Babbo Natale, che aveva scritto proprio di suo pugno: “Caro Marco, ho cercato di accontentarti nell'unico modo possibile,
perché Babbo Natale esaudisce sempre i desideri dei bambini buoni che, come te, non pensano solo a se stessi, ma si preoccupano anche degli altri.....”
Emozionato e felice, Marco non finì nemmeno di leggere e corse in casa gridando: - Mamma, mamma, Babbo Natale mi ha scritto una lettera......Non ci credi? Guarda, leggi anche tu - Il pupazzo di neve, invece, non si mosse; rimase al suo posto godendosi il calore che la giacca di Babbo Natale gli regalava, ma adesso, i bottoni che disegnavano la sua bocca non formavano più un arco all'ingiù perché sorrideva.





- Annamaria Matera -

martedì 24 gennaio 2017

"L'arrivo del nuovo sole"

Un racconto di Annalisa Ferri.


Era un sole caldo, che preannunciava febbraio, quello che tenace scaldava il bosco spoglio. Lo illuminava sciogliendo la brina delle zone rimaste lungamente in ombra, faceva nascere sulla strada sterrata sovrastata dalle querce, pozze d'acqua in cui cadevano a testa in giù ridenti gocce dai ghiaccioli sulle rocce.


 

Nelle strade e nelle piazze l'eco delle grida dei bambini che si rincorrevano con le maschere colorate di carnevale si diffondeva insieme al fumo dei camini portato dal vento fino ai sentieri del bosco. 



Non si udivano gli uccelli rapaci nel pomeriggio di gennaio, nascosti nel casolare da cui il cuculo si affacciava al tramonto, mentre le lepri giocavano nascondendosi nella valle ancora priva di fiori. Era un periodo di quiete, di silenzio e di lenta ripresa dei giorni di sole, mentre dai monti le nevi erano sciolte. Il taglialegna lavorava paziente finché il sole non spariva dietro le montagne dolci,dopo aver reso rossa la punta gentile ed illuminato l'ultimo gruppo di case antiche, arroccate tra il rosmarino e la maggiorana, che profumavano di zucchero a velo e ciambelle fritte.



 Il rumore cadenzato dell'accetta si moltiplicava nei cortili e nei boschi dove la provvista di legna doveva ancora mantenersi, in un inverno alla metà del suo cammino. Nelle case era un brulicare di dolci, di impasti profumati, di anice e di arancia, di lieviti gentili e soffici ripieni. 





E tra le ombre che si allungavano silenziose gli animali al pascolo immobili brucavano l'erba ancora vecchia e spesso gelida, guardando all'orizzonte quel giorno di luce divenire man mano più lungo e la notte spostarsi finché, a giugno, le tenebre illuminate di stelle saranno una parentesi al caldo giorno pieno di luce e di grilli.


- Annalisa Ferri -

da: https://www.facebook.com/Lodore-del-fieno-di-giugno-1608801219439238/

Immagini dal web di Daniela (Luna Nera).

domenica 22 gennaio 2017

"FLORINDO" un racconto di Maria Rosa Fanello

(Daniela)


Questa è una storia vera, anche se sono stati inseriti elementi fiabeschi.




Ai piedi della Serra, un rilievo morenico di origine glaciale, c'è una casa in mattoni, con un balcone che si affaccia su uno spazio verde, un po' orto e un po' giardino.

In autunno le foglie degli alberi diventano marroni, i fiori seccano, poi pian piano il freddo avvolge ogni cosa in un dolce e profondo silenzio. Quando il vento soffia tra i rami e i fiocchi di neve scendono turbinando, il giardino sembra rabbrividire sotto il gelo.

L'allegria torna ai primi tepori, quando ai colori cupi della fredda stagione si sostituiscono le mille sfumature cromatiche della primavera, quando le lucertole escono timidamente a godere dei tiepidi raggi del sole e si incomincia a sentire il canto degli uccelli.





In estate poi il giardino, specialmente al mattino, dà una sensazione di pace indescrivibile. Nell'aria si diffondono inebrianti profumi, alcuni tenui altri più acri e poco lontano, come una melodia, si sente il frinire delle cicale...

Il giardino è magico perchè nei tronchi, tra le radici, nei nidi abbandonati abitano piccoli animali, fate e gnomi che, durante le calde giornate, giocano a palla con le bacche del ribes, rincorrono le farfalle e si fanno trasportare da una parte all'altra dalle libellule.





Intorno fioriscono rose, gelsomini, calendule, gigli e tanti altri fiori che emanavano profumi inconfondibili. 

Ogni gnomo ha un cappellino di colore diverso, confezionato con petali di fiori che non appassiscono mai. Anche i vestiti delle fate sono fatti di petali e hanno i colori dell'arcobaleno. Le fate raccolgono le calendule, la camonilla, la melissa, la mentuccia ed altre erbe aromatiche per fare deliziosi sciroppi e delicate tisane che scalderanno il cuore nelle lunghe e fredde serate d'inverno.



Di fianco al giardino c'è un pero; i suoi frutti sono molto piccoli ma dolcissimi. Quando le pere sono mature, le fate e gli gnomi si nascondono nei cespugli dei lamponi per guardare due ricci che a braccetto vengono a far cena.
Alla sera gli abitanti del giardino si riuniscono sotto il fico e si raccontano come hanno trascorso la giornata.


Sono felici di trovarsi in in luogo così tranquillo, ma un pensiero li tormenta: sanno che nei boschi c'è un piccolo gnomo di nome Florindo che è sempre triste, ma ancora non sanno che…....
Florindo, insieme ad altri gnomi abitava nel tronco di un castagno, un buco di cinque o sei spanne, per cui si stava troppo stretti; sovente ci si spintonava e poi si faceva il broncio.


Florindo e i suoi compagni lavoravano in una miniera dall'alba al tramonto, sperando di trovare oro e gemme preziose. 
Le gallerie erano lunghe ma molto piccole e si stava accucciati o seduti. Alcuni di loro, molto avidi, lavoravano tante ore nell'oscuro grembo delle montagne senza mai fare una pausa.
L'oro lo sminuzzavano e lo portavano alle fate, in cambio di marmellata di more e di mirtilli di cui erano particolarmente ghiotti. Con quell'oro le fate ricamavano i vestiti e con le briciole avanzate preparavano la polverina magica che serviva per farle volare.


Florindo era diverso dagli altri gnomi: era timido, bonaccione e quando era chiuso in miniera si sentiva male. La mancanza d'aria, il buio, lo stretto delle gallerie e la polvere, lo facevano soffocare così ogni volta si doveva interrompere il lavoro, soccorrerlo e portarlo fuori per riprendersi. 
Qualcuno lo consolava ma i più dicevano che erano solo scuse per non lavorare e far perdere tempo.
Florindo si sentiva umiliato, sempre più a disagio, sapeva di essere un peso. 
"E’ veramente triste la mia vita! Non ce la faccio più, devo trovare una soluzione." disse ad un amico.
Così un mattino, raccolte in un sacco le sue cose e imbracciato il piccone, salutò tutti e si avviò verso l'ignoto. 
Camminò a lungo senza una meta lungo i sentieri nascosti dai vecchi rami, e quando arrivò ad un ruscello si dissetò e poi si tuffò nell'acqua e fece tante capriole non pensando al proprio destino.


L'acqua fresca sembrò fargli dimenticare tutte le pene. Seduto sulla sponda incominciò a pensare. "E adesso cosa faccio? Che strada prendo? Chi potrà aiutarmi?"
Tante idee, diverse, confuse. 
Alla fine decise di seguire il corso del ruscello e di scendere a valle. Lungo il cammino trovò un laghetto con l'acqua azzurra come il cielo, tutto intorno prati, boschi di betulle e castagni. Quel posto era ancora più bello di quello spesso sognato. C'era tutto ciò che desiderava. 


Sicuro di essere giunto alla meta cercò un po' di rametti e con questi, ai piedi di un albero, costruì una capanna, ripulì le erbe intorno, pensando di fare delle aiuole per seminare patate, fagioli, fave e tanti fiori.
E con le cicorie e le erbe selvatiche raccolte nei prati avrebbe cucinato buone zuppe. Il bosco poi gli avrebbe fornito fragole, mirtilli, funghi, bacche e lamponi. E le fate amiche sarebbero venute in suo aiuto.


Come nel cielo apparvero le stelle, andò a dormire con tanta gioia in cuore pensando che finalmente la vita gli avrebbe riservato un po' di pace. Nella notte però non riuscì a dormire: sentiva troppo vicino il bubulare del gufo e gli strani versi degli animali notturni.
Al mattino, con sorpresa e tanta paura, vide intorno alla capanna le impronte degli animali selvatici che nella notte erano passati a curiosare. 


Florindo che non era abituato a star solo si spaventò e decise che anche quella non poteva diventare la sua fissa dimora, così decise di riprendere il cammino seguendo ancora il ruscello.
Lungo il ruscello incontrò un cucciolo di volpe. Florindo si stupì che in quel posto ci fossero famiglie di volpi così chiese: "Come mai sei qui? Credevo che tu abitassi da altre parti."
"La mia storia è lunga, ora te la racconto.", rispose il volpacchiotto.


"Circa un mese fa io e la mia mamma eravamo scesi dai monti di non so più dove, in cerca di cibo. Io bevevo ancora un po' di latte, ma la mamma aveva bisogno di cose sostanziose e a me dava dei piccoli bocconi perché imparassi di cosa cibarmi. Nel bosco non si trovava nulla, così scendemmo in pianura, dove c'era una strada larga larga e lunga a non finire. Passavano tanti "cosi" che correvano, avevano le luci che abbagliavano. Ad un tratto, mentre attraversavamo per raggiungere un prato, uno di quei "cosi" mi colpì ad una zampa. Provai un dolore tremendo e chiusi gli occhi pensando che era giunta la mia fine.
Passò tanto tempo, così tanto che non ricordo. Ad un tratto due mani mi sollevarono, ma non capivo cosa stesse succedendo. Sentivo solo che mi adagiavano su qualcosa di caldo e morbido.
Poi incominciò il viaggio e mi addormentai.
Giunti ad una casa, forse quella di chi mi aveva raccolto mi svegliai e fu allora che sentii una persona che parlava ad alta voce, in modo deciso.
"Ciao Marco, ho trovato un cucciolo di volpe ferito, vieni a prenderlo perchè io non posso curarlo."
Come in lontananza sentii rispondere: "Tranquillo, domattina vengo, adesso tienilo al caldo".
Così all'alba arrivò una persona che sembrava buona e gentile, mi accarezzò, cercò di consolarmi e mi disse: "Tranquillo piccolino, adesso ci sono io".
Lungo il tragitto sentii ancora parlare: "Ciao nonna, prepara un goccio di latte, una coperta e dell'acqua fresca, ho una sorpresa."
Capii che le persone comunicavano tra loro, chissà come.
Quando arrivammo ad una casa di mattoni c'era davvero la nonna ad aspettarci. 
Aveva preparato quello che Marco aveva chiesto e in più una bella cesta per mettermi dentro. 
Mi curarono con tanto amore e dopo una settimana le ferite erano guarite. 
Quando vedevo Marco o la nonna socchiudevo gli occhi per ringraziarli, ma facevo anche capire che avrei voluto tornare in libertà. 
Così un pomeriggio, mentre il sole giocava a nascodino con le nuvole, Marco mi prese in braccio e con la nonna andammo nel bosco e qui mi lasciarono. 
Loro avevano gli occhi lucidi, si capiva che avrebbero voluto tenermi ma sapevano anche che il mio desiderio di libertà era grande. 
Marco mi posò in terra e mi disse: "Buona fortuna."
Mi voltai verso loro e poi di corsa nel bosco, di nuovo libero". 
Terminato il racconto il volpacchiotto chiese a Florindo: "E tu cosa fai qui, piccolino?"
Florindo rispose: "Vivevo con altri gnomi, lavoravo in miniera e stavo male e loro non mi capivano, così per non essere di peso mi sono allontanato in cerca di fortuna, ma adesso non so più cosa fare. La strada è lunga, sono stanco, ho paura."
Il volpacchiotto cercò di consolarlo: "Ora ti aiuto io, se ti fidi ti porto in un giardino dove starai bene. Ti porto in quella casa dove io sono stato curato con tanto amore. Aggrappati al mio pelo e tieniti forte perché faremo una bella corsa."


Florindo ubbidì, chiuse gli occhi e…via, verso la nuova avventura. 
Dopo una lunga corsa, giunsero nel giardino della nonna. Stanchi si addormentarono sotto un cespuglio di rose.
Gli abitanti del giardino, nel frattempo, avevano saputo, dal sussurrare del vento tra i rami, che Florindo era sparito e in cuor loro speravano di vederlo arrivare.
Erano in ansia perché Florindo, alto poco più di un pollice, poteva essere preso da qualche animale selvatico o cadere in acqua attraversando il torrente. 
Ma il mattino dopo, mentre ripulivano le foglie rosicchiate dalle lumache, scorsero Florindo addormentato, abbracciato al volpacchiotto. 
Gli abitanti del giardino, saputa la notizia, si radunarono festosi intorno a Florindo e alla volpe e qualcuno aveva in mano un dono. 
Tutti rassicurarono Florindo dicendo che quello era un luogo tranquillo, dove regnava la felicità.

Per il volpacchiotto invece era giunto il momento del ritorno. 
Avrebbe voluto fermarsi, ma non poteva, doveva vivere libero nei boschi insieme ai suoi simili.
Guardò verso la casa con un po' di tristezza, mandò un bacio poi si allontanò ripromettendosi di ricordare per sempre le persone che l'avevano salvato.


La nonna racconta che talvolta, al mattino presto, sente lontano il volpacchiotto che abbaia: forse augura buona giornata ai suoi amici.




Maria Rosa Fanello.

P. S.: Il racconto si è classificato tredicesimo al concorso letterario nazionale "Una fiaba per la montagna" tenutosi lo scorso anno a Pont Canavese.

"Una passeggiata in giardino a gennaio" di Amorina Penna.

In certi punti l'erba scricchiola sotto i miei piedi anche al pomeriggio quando, dopo aver dato da mangiare alle oche ed al grassoccio pettirosso che mi aspetta zampettando nella siepe di confine, mi concedo una passeggiata fino al piccolo frutteto.



C'è un viottolo - un sentiero come lo chiamo pomposamente io - che costeggia una delle poche canalette rialzate rimaste nel territorio: da un lato ci sono i cespugli di ortensia, ora color ruggine, piantati faticosamente e con caparbietà già "vedendoli" nel loro splendore tra qualche anno... dall'altro il confine recintato con un antico parco privato, un po' trascurato, dove tra i tanti ligustri, l'edera e le liane delle clematidi selvatiche (quelle i cui fiori piumosi s'incendiano alla luce del tramonto) fanno capolino i miei caprifogli che si mescolano ai più rustici selvatici. Ci sono chiazze di brina dove i luminosi raggi del sole rimangono bloccati dagli alti alberi secolari e muschio sui tronchi e sui bordi della canaletta cosicchè i gatti che mi accompagnano hanno un soffice tappeto su cui posare le zampette.



Incredibilmente, lungo il cammino e ai piedi dei meli cotogni e del pesco, ci sono ancora grossi ciuffi di violette - non fiorite ovviamente - ma tra l'erba schiacciata dal ghiaccio della notte sembrano un piccolo miracolo. Le rose canine che crescono da sempre, insinuandosi in ogni siepe e anfratto, porgono rami spinosissimi carichi delle piccole oblunghe bacche arancioni: quello passato è stato il primo anno in cui non le ho raccolte per i miei decotti e sono tutte a disposizione degli uccellini.



Costeggio la siepe di noccioli - ormai quasi un boschetto: evidentemente si son trovati bene da subito..., supero l'angolo dove un tasso sta crescendo a ridosso di un antico altissimo ciliegio selvatico e torno indietro girando attorno alla canaletta verso il laghetto artificiale. Nel silenzio sospeso in questo gelo così crudo arriva improvviso il battito d'ali di una tortora mentre i miei passi si fermano e sorrido al primo gruppo delle mie rose inglesi ricordandone le dolci sfumature color conchiglia e albicocca che tra qualche mese torneranno a gareggiare con l'alba più bella. Supero il tiglio ed il gelso, con l'ampia ramificazione intrecciata e protesa verso l'alto a sfidare la morsa del freddo, e la betulla che pare essere a guardia di quel piccolo angolo magico creato dal laghetto. Anche ora che gli angioletti candidi del philadelphos non sfiorano ancora lo specchio d'acqua in una carezza languida e intima e le bergenie sono solo grossi cespi di foglie brune senza il rigoglio sontuoso delle pannocchie rosa e cremisi, il laghetto rimane chiuso in un abbraccio verde e misterioso, un po' oscuro, fatto da piante antiche e progetti nuovi, tentati e ritentati, un luogo segreto dove ogni tanto si abbevera l'airone e si riparano i fagiani. Un incanto, sempre. Poco più in là c'è il biancospino dove dimorano le Fatine che, ogni tanto, lasciano un regalino alla mia nipotina e la panchina sulla quale, nella bella stagione, facciamo merenda magari dopo aver raccolto le fragoline o le more del gelso.



Proseguo lungo la siepe mista dalla quale si affacciano le spiree - una cascata bianca in primavera - e arrivo all'altra panchina circondata, soffocata dalle rose: adesso è la sosta preferita di qualche gatto ma al primo vero deciso tepore torna ad essere "anche" mia. Rimangono i miei passi incerti sul terreno ghiacciato ed il fiato affannoso per il gelo i rumori più forti: gli uccelli che si raccolgono al mattino per la colazione davanti allo studio tacciono, spariti nei loro nidi e ripari; talvolta giunge un abbaiare lontano, ovattato, mentre i miei cani si limitano a frugare cercando chissà che nell'erba pesta. Riprendo il giro e ogni passo è una vibrazione della terra che nel suo sonno prepara la nuova vita - il suo respiro il mio respiro: nulla è morto, nessun ramo è davvero secco ma quei minuscoli gonfiori che lo punteggiano sono ognuno una promessa di Primavera. 




Finisco la passeggiata costeggiando il giro di pioppi attorno alla casa, una cornice nella cornice: a ridosso di alcuni di loro sono cresciute altre rose canine che ne abbracciano i tronchi ed i rami arrampicandosi in uno sposalizio sacro, ai piedi di altri due qualche gentile uccellino ha seminato dei viburni. Ultimo gruppo di rose - muscate, damescene, centifolia...- tra ortensie e le tante piante aromatiche davanti alla cucina - un grande cespuglio sempre verde e sempre pieno di profumi protetto dal glicine del portico. E forse è proprio questo, con i rami spogli e contorti, che mi riporta all'inverno e mi risveglia dal sogno......

Amorina Penna.


giovedì 19 gennaio 2017

"Il miracolo di Sant'Antonio" di Annalisa Ferri.

Le impronte delle zampe della volpe nella coltre bianca della valle brillavano nella luce del sole che tra nuvole grigie e rosa resisteva al vento ed ai fiocchi di neve trasportati sparsi dal vento. 



Conducevano ad un vecchio sentiero, dove in primavera spuntano le prime viole e la sorgente sgorga senza sosta tra il volo delle farfalle. Ora il silenzio accoglie la natura che dorme infreddolita e solitaria. A far compagnia al vento gelido, giunge l'eco della potatura delle viti e degli alberi da frutto che monotona si sparge nella valle. Accanto alle fascine legate con premura da un anziano resta un gatto rosso a sonnecchiare tra gli ultimi raggi ed i vasi vuoti posti sui gradini,dove in primavera nasceranno le primule. 




Gli odori del borgo erano intensi e viaggiavano sul dorso del soffio del cielo: odore di legna, di bucato messo a stendere, di miele e zucchero per gli impasti, di anice e di vino nuovo. E di fiori, gigli bianchi, che adornavano in chiesa la nicchia di Sant'Antonio, nel giorno della sua festa. Il paese onorava il Santo protettore degli animali con preghiere e canti, con candele accese quando il buio coglieva i lavoratori nei campi e tornando in casa, entravano in chiesa, rimasta aperta quel pomeriggio e si inchinavano togliendosi il cappello.




 Attendevano tutti la notte un cui avrebbero parlato tutti gli animali, in un miracolo contadino che la tradizione voleva da secoli rinnovata. In quel momento che sapeva di magia e di mistero, i bambini restavano svegli fino a tardi affacciati alla finestra, in attesa di un sibilo, di un richiamo, di un segreto svelato da quegli animali che sembravano strani quel giorno e senza padrone. Un odore forte di incenso e di fiori circondava la grande statua dell'abate con accanto un maialino che ogni anno, la domenica seguente a questo giorno, era portato in processione. Ed in quella giornata fredda, con un sole che si ritraeva e con il buio che avanzava, il parroco aveva permesso la benedizione degli animali nelle campagne e degli uomini nella chiesa. Le donne portavano i bambini davanti alla statua, i quali mandavano baci con le loro piccole mani avvezze ai giochi o ai compiti di scuola e le nonne intonavano canti antichi, commosse, al Santo con l'aureola accesa a festa, mentre qualche fiocco ancora volava tra le stradine strette e buie. Nel tornare a casa insieme, con il vociare umano rivolto alla cena, si attendeva ancora la luna per sperare nei sussurri degli animali e nell'alba rosea per immaginare i segreti o i dispetti accordati al fattore, mentre nel vicolo della chiesa un gatto rosso curioso muoveva la coda aspettando il tramonto per dialogare col mondo.






Annalisa Ferri 



lunedì 16 gennaio 2017

Ricetta Uccelletti di Sant’Antonio (Abruzzo)



Gli uccelletti di Sant’Antonio (cillitte) sono dei dolci tipici abruzzesi che si preparano in occasione del giorno di Sant’Antonio (17 gennaio) ma anche durante le feste di Natale. Nella Provincia di Teramo si realizzano questi uccelletti di Sant’Antonio a cui vengono date forme diverse, a seconda della maestria di chi li realizza. In passato si usava offrire questi dolcetti ai gruppi di cantori che giravano per le strade per rappresentare la vita del Santo in questione. In alcuni paesini, come nel mio, questa ricorrenza è ancora praticata. Come tutte le ricette tipiche, ognuno ha la sua ricetta personale, ciò che non cambia però è il ripieno, simile a quello delle sfogliatelle abruzzesi e vale a dire: confettura di uva, cacao (o cioccolato fondente tritato) e mandorle tritate.
Ingredienti:


Per la pasta:

700 gr di farina 0 oppure 00

40 gr di olio d’oliva

100 gr di vino bianco

70 gr di latte

16 gr di lievito (1 bustina)

1 bustina di vanillina

1 buccia di limone grattugiata

2 uova

200 gr di zucchero



Per il ripieno:

200 gr di mele cotte

300 gr di marmellata d’uva

50 gr di mandorle tostate e tritate

50 gr di cioccolato fondente

1 buccia di limone grattugiata

1 cucchiaino di cannella

1 cucchiaio di cacao amaro

liquore a piacere

Preparazione:


1. Preparare il ripieno mescolando insieme tutti gli ingredienti

2. Disporre la farina a fontana e mettere al centro tutti gli altri ingredienti

3. Lavorare fino ad ottenere un composto omogeneo e liscio, quindi porre a riposare per ca 15′.


4. Stendere la pasta con la macchina tirasfoglia ad uno spessore di ca 3 mm e tagliarla con un coppapasta di 8 cm di diam.

5. Porre al centro di ogni disco un po’ di ripieno e formare gli uccelletti.

6. Cuocere in forno a 180°C per ca 20′.







(dal web)

domenica 15 gennaio 2017

Gennaio

(Daniela)



Respirano lievi gli altissimi abeti
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
riveste ogni ramo, via via.

Le candide strade si fanno più zitte:
le stanze raccolte, più intense.
Rintoccano l’ore. Ne viene
percosso ogni bimbo, tremando.

Di sovra gli alari, lo schianto di un ciocco
che in lampi e faville rovina.
In niveo brillar di lustrini
il candido giorno là fuori s’accresce,
diviene sempiterno, infinito.