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mercoledì 26 aprile 2017

La Madonnina del viandante.


- Un racconto di Annalisa Ferri -



All'entrata del borgo, sulla strada in salita costeggiata dai prati e dagli uliveti, sotto l'ombra delle selvatiche foglie dell'edera intrecciate alle felci, stava da anni ormai una vetrina mossa dal vento nelle giornate incerte, che proteggeva una Madonna col bambino in braccio, donata da un viandante al paese, in una sera in cui i contadini tornano a casa tardi dopo la mietitura e la​ luce del sole aveva lasciato alla polvere d'argento della luna la torcia sul paese. La Madonnina che guardava benevola chiunque passasse, con la testa china da un lato ed i capelli sciolti ed ondulati, era una giovane signora di gesso, con degli occhi azzurri e grandi e copriva col manto celeste un piccolo bimbo paffuto dai riccioli biondi. Il solitario viaggiatore aveva creato quel dono per il paese che lo aveva ospitato un anno lontano nei mesi invernali, andando di casa in casa invitato a mangiare e dormendo nella torre del campanile, dal quale vedeva la vallata e sentiva il gufo cantare litanie nelle notti buie. Così un giorno di pioggia e nebbia iniziò a modellare una statua col gesso e nelle sere lunghe colorava con tempere quella creazione gentile e la mattina della partenza, con l'alba appena alzata, la regalò al parroco e la benedisse commosso. La popolazione accorse per vedere la statuina nuova, bellissima e si decise di porla all'entrata del paesino, affinché tutti potessero salutarla nel tornare a casa o nell'andare via.



(immagine Bruno Vallino)

 Rimase per anni lì. Nelle giornate calde la statua era circondata dalle farfalle nuove, che nel loro unico giorno glorioso di vita passavano a pregare. Ogni mietitore che tornava dalla campagna con la polvere sui vestiti, toglieva il cappello e dopo il segno della croce si inchinava pregando velocemente per i figli ed i nipoti. Quasi ogni giorno l'anziana del villaggio, nella sua solitaria passeggiata silenziosa in compagnia del bastone di leccio consumato dai passi delle giornate, portava fiori di mughetto, viole e peonie e le disponeva in un vaso. Restava a pregare lungamente, all'ombra della siepe di edera e sentiva il ronzio delle api ricordando la sua infanzia, i profumi di sapone e solo il rumore dell'acqua della fonte riportava la realtà i pensieri della donna.



In alcune mattinate leggere le donne portavano le sedie di paglia accanto alla statuina e conversavano dei fatti passati e dei segreti del paese che da anni si tramandavano, mai svelati. I bambini nelle serate di festa correvano, rincorrendosi tra i giochi della fantasia e la Vergine sembrava vegliarli maternamente, mentre gli uccelli notturni giocavano nel cielo e tra le fronde profumate del tigli. Le ragazze al tramonto, nel tornare a casa volutamente deviavano il percorso davanti alla teca ed umilmente abbassavano il capo, portando spesso nuovi centrini ricamati da porre sotto i vasi o alla statua​ per cercare, tra i tanti, l'uomo della loro vita.




Dal giorno in cui il viandante solitario giunse al borgo, con il canto del cuculo diffuso nel bosco antico, la novità divenne la normalità e quando quell'uomo anziano donò la statuina al parroco, le campane suonarono con una diversa spiritualità, i frutti furono più dolci e si cantò all'unisono nel momento della mietitura e della​ vendemmia. Ogni abitante deviava il percorso per rendere omaggio all'immagine votiva, con fiori, pensieri, lacrime, preghiere e fotografie sbiadite per chiedere un dono divino. Anche il burbero taglialegna quando passava con il suo carico ed il profumo di bosco davanti a quel luogo sacro, si voltava a guardare, dapprima diffidente ed arcigno, poi intenerito ed infine con familiarità bisognosa posava gli occhi che qualcuno giurò lucidi in un tramonto pieno di rondini, mentre tornava a casa silenzioso.




Nella notte di luna piena quel silenzio attorno alla Vergine diveniva un sussurro di qualcuno che pregava nascosto, piangendo per le speranze, le paure ed i dolori del mondo, lì le volpi passavano veloci prima dell'alba e giungevano le foglie secche delle viti pesanti. Nei luoghi vicini si diffuse la magica credenza che quella piccola statuina restò giovane negli anni, mai rovinata dalla neve o dal sole, dal vento e dal temporale, e mentre il paese cresceva ed invecchiava, moriva e si ripopolava, lei ne serbava i ricordi ed i segreti, gli amori ed i dolori e qualcuno ancora oggi passando lì davanti è pronto a giurare che tutto cambia e passa ma non quegli occhi sempre giovani colore del cielo che seguono i passanti a cui rivolge un sorriso ed una preghiera.


- Annalisa Ferri . 


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