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mercoledì 30 ottobre 2019

Jack o’ lantern: la leggenda di Halloween

(Daniela - Luna Nera)


La storia di Jack o’ lantern è di certo la leggenda di Halloween più famosa. L’usanza a Halloween di intagliare una zucca con fattezze mostruose e grottesche è legata alla famosa leggenda anglosassone del fabbro irlandese “Stingy Jack”.

Stingy Jack, ubriacone e taccagno, incontrò, la notte di Halloween, il Diavolo in un pub.
Stava per cadere nelle sue mani, quando riuscì ad imbrogliarlo facendogli credere che gli avrebbe venduto la sua anima in cambio di un’ultima bevuta.
Il Diavolo, così, si trasformò in una monetina da sei pence per pagare l’oste e Jack fu abbastanza veloce da riuscire ad intascarsela.
Poiché, poi, possedeva anche una croce d’argento, il Diavolo non riuscì più a tornare alla sua forma originaria. Jack, allora, stipulò un nuovo patto col Diavolo, e cioè che lo avrebbe lasciato andare purché questi, per almeno 10 anni, non tornasse a reclamare la sua anima. Il Diavolo accettò.
Dieci anni dopo, Jack e il Diavolo si incontrarono di nuovo e Jack, sempre con uno stratagemma, riuscì a sottrarsi al potere del principe delle tenebre e a fargli promettere che non lo avrebbe cercato mai più.
Il Diavolo, che si trovava in una situazione difficile, non poté far altro che accettare.
Quando Jack morì, a causa della sua vita dissoluta, non fu ammesso al Regno dei Cieli e fu costretto a bussare alle Porte dell’Inferno;
il Diavolo, però, che aveva promesso che non lo avrebbe cercato, lo rispedì indietro tirandogli addosso un tizzone ardente.
Jack se ne servì per ritrovare la strada giusta e, affinché non si spegnesse col vento, lo mise sotto una rapa che stava mangiando.

Ma che c’entra Jack o’ lantern con Halloween? Com’è diventato la leggenda di Halloween?


Da allora Jack vaga con il suo lumino in attesa del giorno del Giudizio (da qui il nome JACK O’ LANTERN, Jack e la sua Lanterna) ed è il simbolo delle anime dannate ed errabonde.
Da allora, la zucca intagliata con la faccia del vecchio fabbro e il lumino all’interno, è forse il simbolo più famoso di Halloween.

Halloween sarebbe di conseguenza il giorno nel quale Jack va a caccia di un rifugio. Gli abitanti di ogni paese sono tenuti ad appendere una lanterna fuori dalla porta per indicare all’errabonda anima in pena che la loro casa non è posto per lui.
A livello antropologico, la zucca non è altro che l’esorcizzazione delle paure, insite nell’animo umano per il sovrannaturale.
Il racconto dello sventurato “Stingy Jack”, infatti, insegna come demoni e fantasmi non possano nulla contro la forza dell' intelletto umano. Esporre la lampada diventa un ammonimento, per il mondo del sovrannaturale, un modo per ricordare di quando “Stingy Jack” riuscì a gabbare il Demonio.




(dal web - modificato)

martedì 29 ottobre 2019

La vera Storia di Halloween

(Daniela - Luna Nera)





Qual è la vera Storia di Halloween? Eccola!

Il popolo dei Celti, che viveva in Irlanda, alla fine di ottobre celebrava l’arrivo dell’inverno con una festa chiamata “All Hallow even”, cioè la vigilia di tutti i Santi o Notte di tutti gli spiriti sacri.
Si accendevano fuochi attorno ai quali tutti danzavano, indossando maschere per spaventare le streghe e allontanare gli spiriti maligni.


Storia di Halloween: ai giorni nostri.

In ricordo di quell’antica festa, ancora oggi si festeggia Halloween la notte del 31 ottobre; in questa notte i bambini solitamente si mascherano con costumi mostruosi (Streghe, maghi, diavoletti, zombie) e bussano alle porte delle case, dicendo: “Trick or treat”, cioè "Dolcetto o scherzetto?".
Chi apre la porta offre loro biscotti e caramelle.

La parola italiana "scherzetto" è la traduzione dall’inglese trick, una sorta di minaccia di danneggiare la casa o disturbare i suoi abitanti in caso non vengano consegnati loro dolcetti e caramelle (treat).

I bambini passando di casa in casa recitano una filastrocca che dice così:

“Trick or treat,
smell my feet,
give me something good to eat”.



Il giorno dopo Halloween è Ognissanti, cioè la festa di tutti i Santi.


Storia di Halloween: le zucche simbolo della festa.

Simbolo di Halloween sono le zucche con dentro una candela: la loro luce serve a tenere lontani gli spiriti della notte.
Anche streghe e gatti neri, pentoloni con pozioni in ebollizione, zombie e diavoli sono diventati negli anni simboli di questa festa.



(da:  https://www.filastrocche.it/)

lunedì 28 ottobre 2019

Semina


(Daniela - Luna Nera)



Getta i semi nella terra il contadino,
poi si riposa e guarda tutto intorno;
guarda il campo, la casa ed il mulino,
pensa che i semi saran pane un giorno.


- Camilla Del Soldato -

giovedì 24 ottobre 2019

Le foglie morte (G. Pascoli)

(Daniela - Luna - Nera)


Oh! che già il vento volta
e porta via le pioggie!
Dentro la quercia folta
ruma le foglie roggie
che si staccano, e fru….
partono; un branco ad ogni
soffio che l’avviluppi.
Par che la quercia sogni
ora, gemendo, i gruppi
del novembre che fu.
Volano come uccelli,
morte nel bel sereno:
picchiano nei ramelli
del roseo pesco, pieno
de’ suoi cuccoli già.
E il roseo pesco oscilla
pieno di morte foglie:
quale s’appende e prilla,
quale da lui si toglie
con un sibilo, e va.
Ma quelle foglie morte
che il vento, come roccia,
spazza, non già di morte
parlano ai fiori in boccia,
ma sussurrano:
Orsù!

Dentro ogni cocco all’uscio
vedo dei gialli ugnoli:
tu che costì nel guscio
di più covar ti duoli,
che ti pèriti più?
Fuori le alucce pure,
tu che costì sei vivo!
Il vento ruglia… eppure
esso non è cattivo.
Ruglia, brontola: ma…
contende a noi! Ché tutto
vuol che sia mondo l’orto
pei nuovi fiori, e il brutto,
il secco, il vecchio, il morto,
vuol che netti di qua.
Noi c’indugiammo dove
nascemmo, un po’, ma era
per ricoprir le nuove
gemme di primavera…
Così dicono, e fru…
partono, ad un rabbuffo
più stridulo e più forte.
E tra un voletto e un tuffo
vanno le foglie morte,
e non tornano più.


- Giovanni Pascoli -


sabato 5 ottobre 2019

"Autunno"

(Daniela - Luna Nera)


Un colpo di vento, spalanca la porta
ed entra l’autunno, che regge una sporta
è piena di noci, di frutta nostrane
faremo merenda, per più settimane.

L’autunno nel bosco, va a far la fascina
che dopo regala, a qualche vecchina;
le rondini liete, son tutte partite
a terra le foglie, son tutte ingiallite.



venerdì 4 ottobre 2019

4 Ottobre "Festa del Bosco"


(Daniela - Luna Nera)





Per i Celti la divinità non poteva essere rinchiusa in un recinto o in un tempio. Era nella natura e nei boschi, e dentro di noi: nel Nemeton, il centro, il bosco sacro (il termine ha la stessa radice del latino nemus).

Il 4 Ottobre si festeggia la Festa del Bosco, il Nemeton figura e simbolo importantissima nella cultura Celtica / Pagana.
Il bosco sacro è un luogo di culto caratteristico delle antiche religioni europee, ad esempio di quella romana, greca, celtica, germanica.
Il più famoso bosco sacro dell'Europa settentrionale fu il tempio di Uppsala a Gamla Uppsala, descritto da Adamo di Brema.

Nelle frequentazioni con i luoghi dello spirito, può capitare di imbattersi in una sorta di doloroso smarrimento, guado di ombre e irrisolti interrogativi, nel quale pare si debba pagare un alto prezzo all'ansia della ricerca intrapresa. Tale esperienza si può chiamarla notte dell'anima o vacuità del cuore, o in altro modo, a seconda delle differenti tradizioni esoteriche cui ci si riferisce. Per il celtismo pagano, useremo la denominazione essere nel punto medio. Chiunque ricerchi spiritualmente la via degli dei interiori o, se vogliamo, dell'illuminazione animica, è sottoposto ad ardue prove iniziatiche. Tra queste, l'essere nel punto medio assume una particolare e beneaugurante configurazione interiore.

Per i celti pagani, difatti, e cito l'indiscussa autorità dello storico romano Lucano, la morte fisica null'altro è che un punto medio in una lunga vita. Certi dell'immortalità dell'anima, i Celti avvertivano l'accadimento funebre quale passaggio, punto medio tra resistenza mortale e l'entrata nella terra degli antichi dei. Ma, ancor distante l'evento fatale della morte fisica, la sapienza celtica ci informa su altri tipi di punti medi, in cui chi ha iniziato il cammino delle conoscenze, avverte il dolore di un passaggio da una condizione precedente a una consapevolezza superiore che pure stenta nel delinearsi compiutamente. In tali accadimenti, per la sapienza celtica è auspicabile recarsi in un solo luogo: il Nemeton, ovverosia il Bosco sacro. La sua valenza è interiore: è il luogo deputato ai riti druidici, ma ancor più il ricetto dell'anima in cerca, afflitta da dubbi e smarrimenti.

Per oltrepassare il punto medio dell'essere occorrerà quindi addentrarsi nel Nemeton. Quando ne sentite il bisogno, sedetevi per terra assumendo una posizione ieratica, armoniosa; dopodiché, inspirate dolcemente portando la massima concentrazione sul centro frontale, poco sopra la radice del naso. Tra l'inspirazione e l'espirazione, trattenete per qualche istante il respiro e dite mentalmente: Nemeton. È un logodinamo che dissolve più di una nebbia, come il sanscrito Om; alternando le fasi respiratorie con la pronuncia del nome sacro, e con la prolungata concentrazione sul Nemeton, si arriva ad assumere quell'immaginifico mentale necessario per superare le nebbie in cui ci pare di essere perduti. Taliesin il Bardo non ebbe altro luogo in cui rifugiarsi che un bosco sacro, allorché volle accedere alla completa conoscenza di sé stesso.

Si narra che lo stesso fece Myrrdin-Merlino, all'atto di scegliere fra il mondo degli uomini e il regno dell'armonia. La tradizione celtica è tutta colma di esempi del genere: rifugiandosi nel Nemeton, che è innanzitutto un luogo dello spirito, è possibile ritrovare il cammino perduto.



( da: https://antrodellamagia.forumfree.it/ )

mercoledì 2 ottobre 2019

Festa di Ottobre

(Daniela - Luna Nera)



Ottobre ha dato una festa;
Le foglie sono venute a centinaia –
Sorbi selvatici, querce, e aceri,
E foglie di ogni nome.
Il sole srotola un tappeto,
E ogni cosa è grande.


- George Cooper -

martedì 1 ottobre 2019

Ottobre


(Daniela - Luna Nera)




Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell’anima.

Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.

E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.

- Vincenzo Cardarelli -



(Da Poesie, in Opere complete, Milano, Mondadori, 1962)


venerdì 27 settembre 2019

Nella nebbia (G. Pascoli)

(Daniela - Luna Nera)





E guardai nella valle: era sparito
tutto! sommerso! Era un gran mare piano,
grigio, senz'onde, senza lidi, unito.

E c'era appena, qua e là, lo strano
vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
uccelli spersi per quel mondo vano.

E alto, in cielo, scheletri di faggi,
come sospesi, e sogni di rovine
e di silenzïosi eremitaggi.

Ed un cane uggiolava senza fine,
nè seppi donde, forse a certe péste
che sentii, nè lontane nè vicine;

eco di péste nè tarde nè preste,
alterne, eterne. E io laggiù guardai:
nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.

Chiesero i sogni di rovine: - Mai
non giungerà? Gli scheletri di piante
chiesero: - E tu chi sei, che sempre vai? -

Io, forse, un'ombra vidi, un'ombra errante
con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
e più non vidi, nello stesso istante.

Sentii soltanto gl'inquïeti gridi
d'uccelli spersi, l'uggiolar del cane,
e, per il mar senz'onde e senza lidi,
le péste nè vicine nè lontane.




- Giovanni Pascoli -

Primi poemetti (Bologna, Zanichelli 1907)

lunedì 23 settembre 2019

Quelli del mondo di là (racconto da "Elfi e draghi")

(Daniela - Luna Nera)



Ehi! Ehi, pssst! Bambini e bambine, maschietti e signorine, sveglia! Be', se andate a spasso nei boschi o per la brughiera quando la maggior parte della gente se ne sta al calduccio nel letto, e dorme e sogna, può capitare anche a voi, sissignori, di trovarvi tutto a un tratto in mezzo a una gran baraonda di piccole creature, e le voci, i trucchi, le diavolerie che fanno! Sono quelli del mondo di là!
Di tutti i colori ne combinano, sapete, e parlano anche un’altra lingua. Ma per incontrarli dovete cercare i sentieri solitari, le macchie e le fratte.



Chi li ha visti dice che è tutta una genìa di spiritelli dispettosi ed elfi maligni e diavoli, e c’è pure il Pookha, uno strano figuro, che sembra un cavallo ma non è un cavallo, nero come il carbone, con occhi di brace, che sputa fiamme azzurre dalla bocca, puzza di zolfo e ha il ringhio di tuono e una coda ruvida che frusta l’aria e, se ti becca, fa un male! E mentre lui è intento a chissà che, gli elfi suonano e danzano al chiaro di luna e le streghe, con bracciali di serpenti e diademi di occhi di mostri tra i capelli, cavalcano scope, pipistrelli e civette, fanno i loro malefici, e ridono, ridono a crepapelle.



Se il pozzo è senz’acqua o la gente si ammala, se la vacca ha le mammelle asciutte o scalcia e rovescia il secchio del latte, se la paglia del tetto prende fuoco e la panna ha un sapore acido, be’, potete esser certi che c’è qualcuno:
piccolo popolo al lavoro!



Edna O’Brien, da "Elfi e draghi", Einaudi.

venerdì 13 settembre 2019

"Scarpate odorose"

(Daniela - Luna Nera)



Mi sono affacciato
alla finestra di una vecchia fotografia
adagiata su una scarpata
olezzante di origano
e fiori di prato.
Sullo sfondo un mare turchino
ed un cielo sereno
che si specchiava
come un pavone innamorato
di se stesso.
E la brezza marina
m’ha riempito i polmoni
di profumi d’infanzia
e per un attimo
mi ha fatto dimenticare
ansie ed affanni.


- Salvatore Armando Santoro -

martedì 10 settembre 2019

Settembre (Hermann Hesse)

(Daniela - Luna Nera)



Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia.
Silenziosa trema
l'estate, declinando alla sua fine.
Gocciano foglie d'oro
giù dalla grande acacia.
Ride attonita e smorta
l'estate dentro il suo morente sogno.
S'attarda fra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.

(Hermann Hesse)


giovedì 5 settembre 2019

Settembre

(Daniela - Luna Nera)



Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

(Attilio Bertolucci)


lunedì 24 giugno 2019

Un giorno d' ESTATE

(Daniela - Luna Nera)





(dal libro  "Incantesimo" di seconda classe)

sabato 22 giugno 2019

Estate

(Daniela - Luna Nera)



(dal libro scolastico "Incantesimo" di 2° classe)

venerdì 21 giugno 2019

La regina Estate

(Daniela -Luna Nera)





- dal mio libro scolastico "Letture per un anno" di 1° classe -

lunedì 10 giugno 2019

"Una fiaba nel vento"

(Daniela - Luna Nera)



C'era una volta, mi disse mia nonna,
mentre tesseva una maglia di lana,
una donzella senza minigonna,
ma due occhioni azzurri ed una lunga sottana.

Era d'estate e tornava dai campi,
con la stanchezza d'un uomo maturo,
portava seco, un cesto sui fianchi,
con dentro spighe di grano duro.

Non vi era luce nel suo casolare,
ne tantomeno oggetti preziosi,
ma c'era sempre qualcosa da fare,
prima di spegnere quei corpi affannosi.

C'era il rispetto per il povero anziano,
e tanto lavoro di grande fatica,
non c'era il contratto ma la stretta di mano,
macedonia di more e sciampo all'ortica.

La domenica a Messa, col vestito stirato,
profumo di cenere, ma d'un bianco innevato,
i bimbi per strada sul terriccio assolato,
a piedi nudi correvano, cavalcando il selciato.

Era bello davvero, mi diceva ridendo,
lo leggevo nei suoi occhi colore di mare,
ed io la ascoltavo ogni tanto prendendo,
le sue tenere mani per non farle tremare.

C'era una volta in un tempo passato,
la gioia e la vita che qualcuno ha scordato,
ma forse c'è ancora in questo momento
un bimbo che ascolta questa fiaba nel vento.

- Antonino Gatto -

lunedì 29 aprile 2019

Dai campi

(Daniela - Luna Nera)



Muoion nell'aria or l'ultime canzoni.
Tornano dai campi 
i buoi che han faticato
lenti trainando il carro logorato
che cigola e sobbalza
assai stanco nel premere degli anni.
Li segue il villan scalzo
col suo fischiar sommesso;
lo attende la sua sposa
coi rosei bimbi per la parca cena.
Scende la notte
a tessere di sogni ogni giaciglio.
Già mandano bagliori
lontane e tremule stelle.
Declina l'Orsa dietro i pioppi eccelsi
che ondeggiano leggeri
al bacio della brezza.
Vagolano le lucciole sui prati
e danzano sui fossi e tra le siepi
come fiammelle sperse ed animate.
Stridono acuti i grilli dalla prode
nel fremito di gioia.
Ascolta! Il rivo tra le felci
bisbiglia lento ed incessante.
Senti? Fra le macchie oscure e i rovi
si perde il singhiozzar dell'assiuolo
e muore nel silenzio.


- Carlo Lambertini -

(dal libro di poesie in mio possesso "Una finestra aperta")

martedì 23 aprile 2019

“Siamo nati a Genova, e quando abbiamo visto la luce era quella della Lanterna.”


(Daniela - Luna Nera)


Lettera di un'amica genovese:

La vita di noi Genovesi è scandita da certezze minime, ma in compenso indiscutibili: 
A Genova la gente si lamenta sempre. 
A Genova la gente non è cordiale con il turista. 
A Genova non ci sappiamo fare con l’ospitalità. 
A Genova siamo musoni, schivi, diffidenti, intolleranti, non sorridiamo mai e bla bla bla. 

Le altre città sono larghe. 
Genova è lunga. 
A Genova siamo incastrati gli uni sugli altri. 
A Genova non abbiamo spazio. 
A Genova siamo schiacciati tra le colline e il mare. 
Sì. 
Perché a noi Genovesi piace vivere così. Tutti vicini. Tutti abbracciati. 
Genova ha una sola linea metropolitana, che chiude alle nove di sera. 
A Genova i mezzi pubblici sono sempre in ritardo e sono sempre strapieni. 
A Genova le strade sono strette, ci sono salite e discese, curve e gallerie, e noi siamo sempre in troppi a guidare e ci innervosiamo facilmente. 
A Genova quando devi imprecare preferisci farlo in dialetto, perché rende meglio l’idea. 
A Genova se hai la fortuna di essere sulla Sopraelevata durante l’ora del tramonto puoi vedere il cielo rosa e il mare viola. 

A Genova abbiamo le tegole fatte di ardesia nera. 
Così quando piove i tetti diventano lucidi, riflettono il cielo e le case sembrano fatte di specchi. 
A Genova il Centro Storico è un labirinto di botteghe e carruggi, se non la conosci ti perdi. 
Questo serviva nell’antichità a difenderci dai predoni che approdavano dal mare e dai briganti che irrompevano dalle colline. 
Genova è stata una Repubblica Marinara. 
Genova è stata uno snodo fondamentale per il commercio, per via della sua posizione strategica, tra la terra e il mare. 
Genova è patria di esploratori, inventori, inquisitori, ladri, tagliagole, pirati, nobildonne, streghe, sante e prostitute. 

Genova ha i gatti sui tetti e i topi per le strade del porto. 
Genova è la focaccia, il pesto, i pansoti al sugo di noci e la torta Pasqualina. 

Genova sono gli ulivi sulla riviera. 
Genova sono i Parchi di Nervi e i suoi scoiattoli. 
Genova è la pizza d’asporto mangiata sugli scogli di Boccadasse. 
Genova è il gelato in Corso Italia con gli amici il sabato sera. 
Genova è l’aperitivo in Piazza delle Erbe. 
Genova è lo shopping con le amiche in via Venti Settembre. 
Genova sono i bonghi in Piazza De Ferrari. 
Genova è le sue scritte anarchiche sui portoni, i palazzi e le saracinesche dei vicoli. 
Genova è le sue biblioteche e i suoi musei. 
A Genova, quando siamo innamorate, la sera andiamo sulle alture di Righi, in macchine scomode dai vetri appannati. 

Genova è la grigliata sui prati in Primavera. 
Genova è la festa in spiaggia nelle serate d’Estate. 
Genova sono le piogge e i fiumi esondati ogni anno in Autunno. 
Genova è la città che si ferma incapace di gestire la neve d’Inverno. 

A Genova non si trova lavoro. Per questo prima o poi di qua ce ne dobbiamo andare. 
A Genova quando ci vivi non la sopporti e te ne lamenti. 
Quando però vai a vivere in un'altra città ti manca e parli a tutti di Lei. 
Perché Genova ha mille disagi e difetti, e io sono pronta a riconoscerli tutti. 
Ma è la mia città, Casa mia, e l’avrò dentro per sempre. 

Genova è le sue alluvioni e i suoi morti ogni anno. 
Genova è un ponte che crolla in un pomeriggio d’Estate. 
Un rombo assordante. I vetri che tremano. L'aria che si riempie di polvere e si fa irrespirabile. 
Tutta Genova piange di nuovo, abbracciata davanti al Telegiornale. 

Perché Genova viene puntualmente ferita. 
Ha mille tragedie e mai nessun responsabile. 

Genova ha sempre la forza di rimboccarsi le maniche e di tirarsi su da sola, senza chiedere niente a nessuno. 

Genova ha un carattere forte e difficile, e non pretende affatto di essere amata da tutti. 
Ma prima di criticarla conoscetela almeno."



(da:  https://www.viveremilano.info/)

venerdì 19 aprile 2019

Lo spaventapasseri della Settimana Santa

(Daniela - Luna Nera)


- da "Racconti di campagna" di Annalisa Ferri -


Come ogni anno, il contadino, prima che sorgesse il sole, poneva in mezzo al suo orto, un vecchio spaventapasseri, che da anni le generazioni della sua famiglia, avevano tramandato ai nuovi, per scandire il lento passare dei mesi e delle stagioni e della vita.
Lo poneva con cura, sistemando il vestito di juta, come fosse un bambino obbediente al primo giorno di scuola, nei giorni della Settimana Santa, quando nel borgo vi era il silenzio della penitenza, del perdono laddove vecchie contese tra vicini erano ancora in piedi, terminati ora, con la scusa di portare un esile ramo di ulivo che straordinariamente sapeva di pace.



Erano quelli i giorni delle croci. Le croci sul pane, segnate col dito e messo a lievitare e cuocere prima del giovedì Santo.
Le croci segnate al passaggio davanti alla Chiesa e davanti ai sepolcri, fatti crescere in silenzio nei luoghi bui da mesi.
E croci, ancora, al suono delle campane la sera del mercoledì, quando le rondini volavano nel cielo rosa e grigio a cercare spazi di azzurro prima di lasciare alla luna quasi piena il regno dei pensieri .



E la croce che sovrastava il paese, in quei giorni assumeva un ruolo di monito e perdono, e sembrava austera, diversa, seppur fosse come sempre lì, all'ombra dei meli nella piccola piazza in alto e guardava le case che si ripopolavano pian piano, per coloro che tornavano dalla città. La croce era quella che la perpetua segnava ad ogni battito di orologio e mentre cuciva il manto rosso per la Via Crucis del venerdì, lungo le vie del paese, pensava a quando da bambina correva nei vicoli che profumavano di dolci, di lievito di preghiere e scovava nelle case le lunghe chiome bianche dei sepolcri, nascosti nelle cantine e che sembravano anziane donne a testa in giù, pronte a mostrare gli occhi appena i più piccoli si fossero avvicinati.



 Ricordava il forte odore di pane nelle piccole strade, ora come allora, ed il suono del campanello delle greggi che tornavano di fretta alle stalle e che si mescolava con il suono della fontana che quando usciva il sole tornava a brillare. In lontananza si sentivano i tuoni di temporali che avevano bagnati paesi vicini e l'aria profumava di terra umida e di acqua di aprile. La perpetua, mentre cuciva il manto, cercava con gli occhi, in mezzo al campo di grano davanti la Chiesa, ora basso e verdissimo, un vecchio spaventapasseri che ricordava aver visto da bambina, dal cappello grande di paglia, le mani larghe che tenevano rumorosi fili d'argento e che il vento agitava.



Ricordava che anche lei, come ora accadeva, prima di tornare a casa correva nel campo sterminato e vedeva sorridendo che anche in quel giorno tutti i bambini la sera prima di rincasare, passavano a salutarlo, come lei in estate quando, in mezzo ai grilli che cantavano lasciava i fiori della borragine ed i papaveri ai suoi piedi, come doni all'amico speciale. Lo trovò muovere le mani in mezzo al campo, guardare verso la collina dove il sole tramontava e forse sorridere a quel vento che lo faceva sentire vivo, in mezzo ai voli delle rondini che lo sfioravano per vedere da vicino se avesse su quella bocca un ghigno o un sorriso.



Come ogni anno, il vecchio pupazzo, aveva passato l'inverno nel fienile, posto sotto ad un lucernaio dal quale aveva visto il cielo girare, la neve cadere copiosa e sentito i lupi ululare quando scendevano vicino la vallata, poi la nuova luna portare di nuovo le rondini. Era abituato a sopportare il sole cocente dell'estate, quando il grano poi maturava e veniva tagliato ed allora restava lì,



 solitario, e vedeva il bosco perdere le foglie, tingersi di infiniti colori della terra in ogni sfumatura, sentiva l'odore del mosto ed i canti del contadino che raccoglieva le mele ed i cachi e li portava a casa mentre le rondini, voltandosi un'ultima volta nell'ultima sera, andavano via. Aveva visto amori nascere nelle sere più buie di un'estate lunghissima, ricordava nei volti di uomini anziani, quei bambini che restavano fermi davanti a lui a guardarlo incuriositi ed alcuni seppur cresciuti tornavano davanti a lui, a render conto della loro vita, di ciò che avevano realizzato e dei dolori in cui avevano fallito.



 Qualcuno andava a chiedere consiglio a quella grande faccia sbiadita dai temporali estivi sotto cui piegando un po' la testa aveva vissuto e poi sotto un sole feroce, il giorno seguente.
Lo spaventapasseri aveva visto lo spettacolo delle lucciole che danzavano a notte fonda intorno a lui, quasi fossero tante scintille del fuoco, come quelli che nella sera dell'ascensione lui vedeva nei paesi vicini e sentiva la musica in lontananza, l'eco della banda e la luce dei fuochi d'artificio nelle feste del Patrono. Veniva poi riposto quando la nebbia circondava i dintorni e le vigne erano vuote, tornava al caldo nel fienile e lo svegliava davanti alla fessura del lucernaio il sole di novembre e poi ogni giorno fino al nuovo momento della primavera. Ed ora in quel nuovo anno, quando le campane del mercoledì Santo segnarono l'ora delle preghiere, forse per il vento o forse per devozione, la perpetua lo vide abbassare la testa in segno di rispetto e penitenza e chiudere gli occhi onorando i giorni silenziosi del borgo antico che all'unisono, una casa accanto all'altra, si addormentava.


- Annalisa Ferri -

(da:  https://www.facebook.com/Lodore-del-fieno-di-giugno-1608801219439238/)