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sabato 14 gennaio 2017

Comincia a nevicare.


- Siamo tutti in casa? - domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s'avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.

- Che c'è, che c'è?

- C'è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.
- Bene - disse la piccola nonna soddisfatta. - Così crederete a quello che raccontavo poco fa.

Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
- Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d'interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch'erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l'impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all'altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.
- Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille - insiste lo studentello sfacciato.
- Va via, ti compatisco perché sei nell'età ingrata, - dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, - ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso. Eppoi senti senti...


D'improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l'aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
- Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento - egli dice frugandosi in tasca.
- Vado io, babbo - grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
- No, no, per carità, adesso!
- Eppure è necessario - insiste il babbo preoccupato. - Ho dimenticato di comprare il tabacco.
Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell'armadio.
- Domani è Sant'Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti...
Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s'inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d'oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare.
La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall'irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
- Ma quando c'è questo gran vento, - dice la nonna - la nevicata non può essere lunga. Quella volta...
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all'altro può mutarsi in realtà.
Quello che sopratutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
- Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c'è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c'è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
- E adesso - dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco - vi voglio raccontare la storia di Giaffà.
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
- Questa volta mi pare che sia proprio come quell'altra.


Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio.
E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d'inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

- Grazia Deledda -


venerdì 13 gennaio 2017

Dolci di Sant'Antonio (Lombardia)


Il 17 gennaio è la ricorrenza del patrono degli allevatori, dei macellai, dei contadini, degli animali domestici, dei guantai, dei cestai: Sant’Antonio Abate, conosciuto anche come Sant’Antonio del Fuoco, Sant’Antonio del deserto e Sant’Antonio l’Anacoreta. In Lombardia è Santo patrono di numerosi comuni, eppure vi è il comune di Lonate del Garda che, in onore del Santo (e sebbene non ne sia il patrono) suole preparare il Chisöl. Ad ogni modo, la ricorrenza si celebra in tutt’Italia e in onore di colui che è considerato il fondatore del monachesimo italiano, vengono preparati i gustosissimi tortelli.




Tortelli di Sant’Antonio.

Ingredienti:
250 gr di farina;
100 gr di burro;
3 uova;
2 dl di latte;
una mela di medie dimensioni tagliata a cubetti;
50 gr di uva passa (uva sultanina);
Una tazzina di rum;
2 cucchiai di zucchero (anche di canna);
Scorze intere di un limone non trattato (solo la parte gialla);
Olio di semi di girasole (per la frittura).



Preparazione:


In un tegame scaldare il latte con il burro e la scorza di limone; dopo che il burro si sarà completamente sciolto, togliere la scorza di limone e aggiungere la farina; mescolare con cura e far cuocere lentamente; quando il composto inizierà ad attaccarsi, spegnere la fiamma, far raffreddare e infine unire il rum, le uova e lavorare con lo sbattitore; lasciar riposare per circa trenta minuti, unire i cubetti di mela, l’uva passa e mischiare; far scaldare l’olio per la frittura e a temperatura raggiunta, aiutandoci con un cucchiaio da minestra, versiamo delle palline di impasto; quando saranno ben dorate lasciarle scolare sulla carta assorbente; spolverarli con lo zucchero ancora caldi, in modo che aderisca bene.






Il Chisöl è una semplice ciambella tipica di Lonato Del Garda in provincia di Brescia, tradizione vuole che sia cucinata il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, da qui deriva il detto lombardo: “Sant’Antonio chisoler, chi non fa el chisol ghe burla so el solèr”, ovvero “Sant’Antonio ciambellaio, chi non fa il chisol gli casca giù il solaio”.




Ingredienti:


350 g di farina di tipo 00
50 g di fecola
170 g di zucchero
3 uova
100 g di strutto ( o burro) e mezzo bicchiere di olio di oliva
1 bustina di lievito per dolci
scorza di limone
un pizzico di sale
mezzo bicchiere di latte
un bicchierino di rum


Preparazione:

Unire le uova con lo zucchero, montando il tutto. Aggiungere il burro e l'olio continuando a mescolare bene, per ottenere un composto omogeneo.
Aggiungere tutti gli altri ingredienti cercando di amalgamare il tutto in maniera soffice e spumosa. Per ottenere un composto soffice e spumoso, ma assolutamente non liquido, dovrete regolarvi con il latte, aggiungendone di più se necessario.
Ottenuta la consistenza adatta, infornare in una teglia per ciambelle, nel forno pre-riscaldato a 170° per circa 40 minuti.



da: http://www.cucinaredolci.it/chisol

Un "GRAZIE" di cuore all'amica Roberta che mi ha fatto conoscere questa ricetta!

giovedì 12 gennaio 2017

"Il ricamo dal cielo" di Annalisa Ferri


Il pettirosso era planato sul davanzale del balconcino della camera da letto. Era giunto in una mattina silenziosa e gelida, con il cielo bianco, l'albero dei cachi spoglio e vecchio sovrastava steli irrigiditi dal gelo. Il pettirosso gonfiava le piume per poter cercare il caldo e cinguettava al cielo.



Aspettava che un raggio di sole gentile si facesse strada tra le nuvole e scaldasse la terra. Sonnecchiava impettito davanti alla finestra con le tendine tirate,che permetteva di vedere il letto a baldacchino sistemato con grossi cuscini ricamati. Accanto vi erano due comodini ed un comó antico,con un portagioie e delle foto.
Ritraevano, nel loro colore rosa e grigio che sapeva di antico, giorni felici.



Felici giorni in cui all'uscita della messa, con il vestito buono, si immortalava un sorriso che profumava di ciambellone alla vaniglia e lasagne fatte in casa per le feste. Felici giorni in cui i nipoti nel cortile sorridevano contornati dal profumo del basilico e della menta, in un caldo pomeriggio di fine agosto, con un arcobaleno che spuntava dalle montagne dove sorge la luna. Il silenzio di quella camera non disturbava il pettirosso che ora chiudeva ed ora apriva curioso gli occhi sul portagioie che conteneva i gioielli dei parenti lontani, le perle e le spille per le cerimonie.



 Lontano si sentiva la legna cadere ed essere tagliata, nell'aria si attendeva la prima neve scendere dalle montagne e la si immaginava arrivare silenziosa nei sentieri del bosco, tra i nidi dei picchi e sulle chiome degli abeti. La si immaginava lenta ricoprire gli orti ed il letto del ruscello ghiacciato,i  rovi di more morti, il rosmarino coraggioso. Si confondeva con il fumo dai comignoli, scendeva stanca e ripetitiva tra i vicoli delle case, sugli ulivi davanti alla chiesa, si insinuava tra le crepe dei muretti a secco riempiti di salvia e viole in estate.



Arrivava piano appena cessava il vento ed i campi svelavano i passaggi notturni e nascosti di gatti e taglialegna nelle impronte che restavano finché altra neve non li copriva meticolosa. Ricamava sui tronchi disegni di fiocchi e di ghiaccio simili a quelli sui cuscini del grande letto in ferro battuto e dai vetri il passero guardava in avanti e ciò che vedeva era il ricamo del cielo alle sue spalle.


Annalisa Ferri



da: 
"L'odore del fieno di giugno"

https://www.facebook.com/Lodore-del-fieno-di-giugno-1608801219439238/?fref=ts



martedì 10 gennaio 2017

Sonetto d’inverno

(Daniela)





Cade la neve a falde larghe e piane
da ore e ore senza mutamento.
Non una voce, non un fil di vento,
non echi a le casupole montane.

Nei boschi e su le immote Alpi lontane
ogni soffio di vita sembra spento:
sotto il bianco lenzuolo è un sognar lento
di piante, d’erbe e di tristezze umane.

Qui, nel camino, ardon le fiamme a spire:
tu mi sorridi: io penso, amico mio,
che dolcezza ha in quest’ora il nostro nido.

Cerco il tuo labbro che non sa mentire,
mi stringo al cor che non conosce oblio,
m’abbandono tremante al petto fido. 




- Ada Negri -




lunedì 9 gennaio 2017

"La notte dell'Epifania" di Annalisa Ferri

Nei vicoli gelidi si respirava odore di caramelle preparate con il miele, di biscotti al cioccolato. Nelle zone in ombra era presente il ghiaccio sceso silenzioso nella notte. Uno schiamazzo di bambini accanto alla fontana dai piedi ghiacciati accompagnava il cadenzato rumore del taglialegna a lavoro. 



Fumavano i comignoli dei camini al tramontare del sole. Le montagne erano sovrastate da nubi di panna che promettevano neve, la prima dell'anno. Quella che scendeva insieme all'accendersi della prima stella era una notte speciale... La notte in cui la vecchia portava i doni ed il carbone ai bambini. Non aveva paura del freddo la signora dagli anni incalcolabili, camminava per le strade buie, dopo essersi accertata che tutti fossero a letto.



 La sua ombra la seguiva danzando, arrampicandosi sugli alberi altissimi, entrando nella chiesa dove era esposto il Bambinello per la presentazione ai Magi. Rideva rumorosamente l'ombra spiando le case buie in cui brillavano i carboni ancora rossi, faceva visita alle stalle dove ignari i cavalli dormivano. Mangiava,come era tradizione, i mandarini ed il latte caldo lasciato per il suo passaggio misterioso e riempiva le calze fatte a maglia durante la primavera che pendevano dal camino.



Il suo passaggio era accompagnato da un vento freddo che trasportava fiocchi di neve leggeri provenienti dalla montagna innevata. Un camino ancora bruciava la legna di carpino ed è lì che la vecchia sedette a scaldare le sue ossa fredde, senza anni né stagioni.



Scomparve poi, come sempre, tra le strade buie ed il rumore della fontana, il fischio del vento che muoveva i rami e la corsa feroce dei fiocchi di neve che dal cielo cadevano a testa in giù, mentre l'ombra danzava tra essi sorridendo, in una gioventù ritrovata nel vuoto dell'inverno.



Annalisa Ferri

domenica 8 gennaio 2017

La grande fiera del giocattolo


(Un articolo di Daniela - Luna Nera)

In una città con tantissimi bambini era finalmente arrivato l'avvenimento dell'anno: la grande fiera del giocattolo.
Natale era infatti alle porte e ogni anno, in questo periodo, la città organizzava la fiera. Era una fiera molto conosciuta: i venditori venivano da tutte le parti del mondo per far conoscere la loro merce. Là vi erano tutti i regali possibili che i genitori potevano fare ai loro bambini per renderli felici.


Per l'occasione, un ricco direttore di banca decise di prendere il pomeriggio della vigilia di Natale libero: voleva anche lui visitare la fiera quest'anno! Mentre si avviava, pensava tra sé: «Questo Natale voglio regalare al mio bambino una cosa molto bella ed interessante. Me lo posso permettere... Ho lavorato sodo tutto l'anno e sono disposto a spendere molto... anzi... tantissimo!».
Quello stesso pomeriggio anche un giardiniere si recava alla fiera e camminando pensava: «È stato un anno un po' duro con il mio piccolo stipendio, però sono riuscito ugualmente a risparmiare un pochino... spero di poter comprare qualcosa di carino alla mia bambina».
Intanto, le loro mogli erano rimaste a casa con i bambini e preparavano il pranzo di Natale. Il bambino del direttore era nella sua cameretta. Nonostante la stanza fosse molto bella e vi fosse un armadio colmo di pupazzi e giocattoli, egli era un po' triste. Pensava infatti al suo papà. Lo vedeva così poco. La sera tornava dal lavoro proprio quando lui doveva andare a letto. Oppure era occupato, perché si portava anche del lavoro a casa. Cercava di consolarsi pensando che domani sarebbe stato Natale e che avrebbe ricevuto altri bei regali. Ma la cosa che più lo rasserenò era che finalmente il papà domani poteva essere a casa con lui tutto il giorno.
La bambina del giardiniere invece aiutava serenamente la mamma a preparare il pranzo di Natale. Non aveva molti giocattoli, ma, grazie alla vivacità e alla fantasia dei suoi genitori, non si sentiva mai sola. «Domani è Natale, chissà che bei giochi faremo tutti insieme!», pensava felice.



    

Giunto alla fiera, il banchiere cominciò subito a guardare con occhio critico ogni giocattolo esposto. C'era tutto ciò che un bambino potesse desiderare: dai trenini elettrici alle biciclette, dai pupazzi di peluche ai libri, ecc. Voleva comperare qualcosa di veramente grande per suo figlio, ma soprattutto qualcosa che lo tenesse occupato e al tempo stesso lo divertisse. Era sempre così impegnato e concentrato nel suo lavoro che non gli dedicava molto tempo per giocare insieme.
Il giardiniere, arrivato anche lui alla fiera, si guardava in giro con calma. Era solo un po' preoccupato perché sperava di trovare qualcosa che potesse piacere alla sua bambina e che non fosse troppo caro. Anche se sapeva che non avrebbe potuto comprare molto, non si lasciò sfuggire niente. Voleva raccontare e descrivere alla sua bambina ogni cosa vista.




Verso sera il direttore ed il giardiniere si incontrarono per caso davanti ad una stanza dove all'ingresso c'era un grande cartellone con la scritta: «Qui puoi trovare il regalo più bello per tuo figlio». Videro entrare molta gente incuriosita, ma quasi tutti uscivano delusi e scontenti. Incuriositi, a loro volta decisero di entrare. Era una grande stanza con le pareti bianchissime, molto illuminata, era quasi vuota e non c'erano giocattoli. In fondo alla stanza c'era soltanto un grande specchio antico appeso al muro e davanti ad esso, seduto ad una scrivania, un vecchio signore con una lunga barba bianca. Egli scriveva ed ogni tanto guardava la gente che entrava e usciva.



Il direttore, perplesso e deluso, stava per uscire subito, ma quando vide il giardiniere avvicinarsi al vecchio chiedendogli gentilmente chi fosse, si avvicinò lentamente anche lui. Sentì il vecchio rispondere: «Sono molto anziano, per tutta la vita ho costruito giocattoli per i bambini del mondo. Ma quest'anno ho portato qualcosa di particolare e prezioso... questo bellissimo specchio antico alle mie spalle».



Il direttore ed il giardiniere si guardarono in faccia stupiti, poi riguardarono lo specchio. Disorientato e quasi irritato il direttore si girò per andarsene, ma ancora una volta si fermò, perché vide il giardiniere stringere la mano al vecchio e con il volto felice esclamare: «Ho capito! Ora so cosa regalare alla mia bambina. Non sono più preoccupato... arrivederci e grazie mille». Il giardiniere uscì poi felice dalla stanza. Il banchiere, rimasto solo, guardò di nuovo lo specchio e pensò che cosa potesse fare un bambino con uno specchio così antico e fragile. Non osando chiederlo al vecchio, che incuteva molto rispetto, uscì in fretta per cercare di raggiungere il giardiniere. Non appena lo trovò gli chiese subito che cosa mai avesse capito.
«Mi dispiace, non posso dirtelo!», rispose il giardiniere. «Devi arrivarci da solo. Vedrai che un giorno capirai il perché questo possa essere il regalo più bello per tuo figlio!».
Il giorno di Natale, la figlia del giardiniere aprì il regalo e tutta felice ammirò con gioia le bellissime penne colorate ed i grandi fogli bianchi da disegno che suo padre le aveva comperato alla grande fiera del giocattolo. Si alzò e lo abbracciò: «Grazie papà, così potremo disegnare insieme tutte le belle cose che hai visto alla fiera».


«Non solo, bambina mia», disse il padre. «Potremo disegnare altre cose molto più belle, per esempio la neve... Guarda fuori dalla finestra... sta ancora nevicando! Sai, questa notte, dopo molti anni, ha nevicato tantissimo. E siccome tu non hai ancora visto la neve, più tardi andremo con la mamma a fare una passeggiata tutti insieme e così potrai toccarla e giocare. Potremo lanciarci palle e fare un pupazzo... Vedrai che bello!».



Anche il figlio del banchiere era contento quel mattino. Stava aprendo un grandissimo pacco ricevuto in regalo. Con sorpresa non finiva più di tirare fuori dal pacco tanti piccoli vagoni di un treno; c'erano anche le rotaie e molte casette che figuravano da stazioni e case di campagna, verde per i prati, per i monti, alberi e siepi, e persino un fiumicello con i suoi ponti.





Era molto felice: sicuramente il papà lo avrebbe aiutato a costruirlo... oggi finalmente era tutto il giorno a casa con lui e la mamma. Ma, mentre si avvicinava per abbracciarlo e ringraziarlo, suonò il telefono. Il padre si alzò dalla poltrona e andò a rispondere. Il suo viso si fece serio. Riattaccò e guardando un po' triste la moglie ed il figlio riferì: «Anche oggi il lavoro mi chiama! Mi dispiace molto, ma domani devo essere a New York per una conferenza importante. Devo partire subito!».
La moglie non disse nulla. Era abituata. Il bambino invece ci restò male. Il suo viso si fece triste e gli spuntarono due lacrime. Il papà lo notò e cercò di consolarlo: «Non piangere! Lo sai che ti voglio molto bene. Poi, per il trenino, non occorre proprio che ci sia anch'io! Potrai costruirlo con la mamma...».
Il bambino si girò e stava per scappare piangendo nella sua stanza, ma inciampò in un pacchetto tutto bianco avvolto con un nastro rosso. Si chinò e seduto sul tappeto cominciò ad aprire il pacco. Era triste e cercò di consolarsi con questo nuovo regalo. I genitori si guardarono perplessi. Quindi il padre chiese: «Non credevo ci fossero altri regali... Sei stata tu?».
«No!», rispose la mamma. «Sono rimasta tutto il giorno a casa a preparare il pranzo. Non so chi possa averlo messo sotto l'albero di Natale!».
Il padre si avvicinò preoccupato al bambino e al regalo. Voleva sapere da dove provenisse e soprattutto assicurarsi che non contenesse qualcosa di pericoloso.
Il bambino intanto aveva aperto delicatamente il pacco e con sorpresa tirò fuori una palla rossa con tanti puntini bianchi, come tanti fiocchi di neve. Il padre guardò il figlio ed il regalo e poi prese la scatola per vedere se c'era qualche bigliettino con il nome di chi lo aveva regalato. Con stupore lo trovò: «Babbo Natale».




Chiuse gli occhi pensieroso e subito si ricordò del vecchio con la lunga barba bianca che incuteva tanto rispetto. Poi si ricordò anche dello specchio e delle parole che erano scritte all'ingresso della stanza: «Qui puoi trovare il regalo più bello per tuo figlio». E finalmente capì anche lui e si commosse. Nello specchio aveva visto la sua immagine e si rese conto che lui stesso era il regalo più bello per suo figlio! Questo il giardiniere l'aveva capito subito!
Abbracciò il bambino e piangendo di felicità esclamò: «Oggi non parto. Rimaniamo insieme... Oggi sei tu più importante del mio lavoro. Dai che usciamo in giardino... giocheremo con la palla nuova e la mamma farà il tifo per noi».

Mentre tutta la famiglia usciva felice per giocare insieme, cominciò a nevicare anche là dove abitava il bambino che, da quel giorno, non si sentì più solo e triste.





(Giuseppe Veronese)



sabato 7 gennaio 2017

I ragazzi della stella







Qui da noi non ne ho mai sentito parlare, ma in molti paesi, principalmente  di lingua tedesca, vige una bellissima manifestazione di solidarietà da parte dei bambini che vivono in paesi ricchi verso i bambini più poveri del mondo. Si tratta dei cantori della stella:





Da Wikipedia:

Quella dei cantori della Stella o ragazzi della Stella è una tradizione natalizia diffusa in vari Paesi. L'usanza, derivata dai drammi medievali sui Re Magi e che ha avuto origine nel XIV secolo per poi diffondersi a partire dal XVI secolo, vede alcuni ragazzi girare di casa in casa solitamente vestiti da Re Magi e con una Stella di Betlemme sulle spalle, interpretando Canti natalizi.
La tradizione si riscontra in Alaska, Austria, Finlandia, Germania, Inghilterra, Italia, Lituania, Messico, Norvegia, Polonia, Russia, Spagna, Svezia, Svizzera, ecc. 
La tradizione nacque probabilmente tra gruppi di scolari nel corso del XIV secolo.
Le prime notizie sull'imitazione del corteo dei Magi sono fornite da una leggenda tramandata dal monaco Giovanni di Hildesheim.
Nel 1522 si hanno notizie sulla proibizione dell'usanza ad Innsbruck ( ma non ne conosco la ragione).
La tradizione si mantenne fino al XIX secolo, ma tornò in auge negli anni cinquanta del XX secolo come forma di beneficenza sostenuta dal Vaticano per finanziare progetti in Paesi bisognosi.






C'è anche un'altra tradizione legata al giorno del 6 gennaio: gli "Sternsinger" scrivono con gesso sulle porte delle case una scritta come questa:
C+M+B
20 + 08 sta per l'anno 2008. Su C+M+B ci sono due interpretazioni, entrambe plausibili: per qualcuno è l'abbreviazione di Christus mansionem benedicat, cioè "Cristo benedica questa casa". Per altri è invece l'abbreviazione di Caspar, Melchior, Balthasar, cioè i nomi dei Tre Re Magi.

venerdì 6 gennaio 2017

Il dolce del re



Fin dal XIV secolo, in Francia si celebra la presentazione di Gesù ai Re Magi con un dolce chiamato la galette des rois. La tradizione vuole che sulla superficie del dolce vengano incisi tanti spicchi quante saranno le porzioni da distribuire, più una, destinata ad un poverello.

Il nome, "galletta dei re", si spiega con il suo riferimento ai Re Magi, festeggiati proprio il giorno del sei gennaio.

Nel dolce si nasconde per tradizione una fava o nelle famiglie più benestanti, la piccola figura di un re, simile a un soldatino oppure ad altre figure: secondo la tradizione, il più vecchio dei presenti taglia la torta a fette ed il più giovane, nascosto sotto al tavolo per non vedere, decide poi a chi assegnarle, chi trova nella sua fetta la fava  diventa il re o la regina della festa  Tradizionalmente si decora la torta con una coroncina di carta dorata, che andrà indossata dal vincitore .


In alcune zone della Francia c’è inoltre l’usanza di nascondere nel dolce anche piccoli oggetti di materiale pregiato; secondo un’altra tradizione chi trova la fava, deve organizzare una cena per tutti i presenti (dove si mangerà un’altra galette, si troverà un’altra fava e si organizzerà un’altra cena e così ancora e ancora). 

La stessa tradizione è presente anche in altri paesi, ma con altri dolci: nei paesi germanofoni si trova ad esempio il  dreikonigskuchen, nei paesi ispanofoni il roscon de reyes, in quelli anglofoni il king cake. In Italia la tradizione della figurina non è molto nota dato l'uso prevalente di festeggiare maggiormente la befana lo stesso sei gennaio. In Grecia a Capodanno ricorre il periodo della vasilopita, che contiene una moneta oppure un ciondolo.

La ricetta varia un po' a seconda della località in cui si festeggia, ma la più famosa è quella dei due dischi di pasta sfoglia ripiena di crema al frangipane:



  • 2 rotoli di pasta sfoglia
  • 140gr di farina di mandorla 
  • 2 uova
  • 100gr di burro
  • 80gr di zucchero
  • La “fève”, cioè la sorpresa: potete utilizzare una moneta, una nocciola, una mandola intera, o una piccola statuina di ceramica purché resista al calore del forno!
Stendete uno dei due rotoli di pasta sfoglia sul fondo di una teglia da crostata e bucherellatelo. Preparate la crema frangipane mescolando lo zucchero con un uovo, la farina di mandorla e il burro fuso finché non otterrete un composto morbido ma non troppo liquido. Spargetelo sul fondo della vostra pasta sfoglia e mettete la fève: il trucco per non trovarla subito al momento del taglio è lasciarla sulla parte esterna della torta e non al centro. Ricoprite con l’altra pasta sfoglia e chiudete bene i bordi con l’aiuto di una forchetta: a questo punto fate qualche piccola incisione e qualche buchetto per far uscire l’aria dalla torta durante la cottura. Sbattete il tuorlo del secondo uovo per stenderlo su tutta la torta, in modo da farla diventare bella dorata una volta cotta.
Infornate a forno caldo a 210° per circa 25-30 minuti. Servite fredda. E ricordate di procurarvi una piccola coroncina d’oro per il re o la regina della giornata!








giovedì 5 gennaio 2017

Leggende di Natale: la Befana


La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè manifestazione) è nell'immaginario collettivo un mitico personaggio con l'aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio.
La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi.





L'iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi. A volte, è vero, lascia un po' di carbone (forse perché è nero come l'inferno o forse perché è simbolo dell'energia della terra), ma in fondo non è cattiva. Curioso personaggio, saldamente radicato nell'immaginario popolare e - seppure con una certa diffidenza - molto amato. Fata, maga, generosa e severa... ma chi è, alla fine? Bisogna tornare al tempo in cui si credeva che nelle dodici notti fantastiche figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. Gli antichi Romani pensavano che a guidarle fosse Diana, dea lunare legata alla vegetazione, altri invece una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (da abundantia).






La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche, ma il popolo non smise di essere convinto che tali vagabondaggi notturni avvenissero, solo li ritenne non più benefici, ma infernali. Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra Befana. C'è chi sostiene che è vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà e chi ne fa l'immagine dell'anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume cosi una funzione apotropaica e lei diventa figura sacrificale. E a questo può ricollegarsi l'usanza di bruciarla.


Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha assunto un significato diverso, andando a designare la figura di una vecchina particolare.







La tradizione è di origine rurale: anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l'anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova.





Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l'anno successivo.
In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio.




La Befana coincide quindi, in certe tradizioni, con la rappresentazione femminile dell'anno vecchio, pronta a sacrificarsi per far rinascere un nuovo periodo di prosperità.



Questa festa ha però assunto nel tempo, anche un significato lievemente diverso. Nella cultura italiana attuale, la Befana non è tanto vista come la simbolizzazione di un periodo di tempo ormai scaduto, quanto piuttosto come una sorta di Nonna buona che premia o punisce i bambini.




La leggenda della Befana.






Secondo il racconto popolare, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia.


Malgrado le loro insistenze, affinchè li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza rii.

Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.

Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.





testo da:

http://soledhad.blogspot.it/2010/01/leggenda-della-befanai-re-magie-la.html

Leggende di Natale: i Re Magi

I Re Magi (Dindi)






Nella tradizione cristiana i Re Magi sono magi. La parola 'mago' che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi noi le diamo. Il vocabolo deriva dal greco 'magoi' e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti.
Nell'antica tradizione persiana i Magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina che secondo il Vangelo di Matteo giunsero da oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, ovvero il re dei Giudei che era nato. I Magi provenienti da oriente, ovvero dalla Persia, furono, quindi, le prime figure religiose ad adorare il Cristo, al quale presentano anche dei doni crismali:
L’oro era simbolo di regalità.
L’incenso era simbolo di divinità.
La mirra era simbolo d’eternità.




Nel Vangelo di Matteo si parla dei Magi che dall'Oriente arrivarono a Gerusalemme durante il regno di Erode alla ricerca del neonato Re dei Giudei. Essi furono condotti a Betlemme, dove trovarono il Bambino Gesù e la sua famiglia. Qui i Magi lo adorarono e gli regalarono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno delle cattive intenzioni di Erode, essi fecero ritorno alloro paese per un'altra via. Chi fossero esattamente questi uomini, da dove provenissero e cosa abbiano fatto dopo la comparsa nella storia della Natività, sono domande che da allora hanno sempre affascinato i cronisti. Chi erano? La maggior parte degli storici è concorde nel vedere nel termine Magi un riferimento a una casta di sacerdoti e astrologi persiani, ma una volta detto ciò tutto il resto cade nel regno della leggenda e della mera speculazione. Siamo sempre stati abituati a pensare a questi viaggiatori in numero di tre, ma non esiste alcun riferimento nei vangeli al numero dei Magi venuti ad adorare il sacro Bambino. Alcune narrazioni posteriori parlano di due o quattro, e altre di dodici, ma tre è il numero che alla fine ha prevalso nelle opinioni degli storici probabilmente a causa del numero dei regali menzionati. L'idea che i Magi fossero re , è un' opinione che dura da sempre ma non è affatto corretta e si origina dalla credenza che la loro venuta fosse profetizzata nel Salmo 72: «I re più lontani, sino a Tarsis gli offriranno tributo. I sovrani di Saba e di Seba recheranno i loro doni» Tertulliano, teologo del II secolo, fa notare che essi erano considerati "quasi dei re". L'arte e le leggende occidentali li hanno ritratti certamente come tali -un tema popolare medievale sui Magi raffigura tre personaggi incoronati che dormono nello stesso letto e sono svegliati da un angelo - ma in Oriente (che già aveva un imperatore a Costantinopoli) essi non vengono mai rappresentati nella regalità.

 

Ai Magi furono anche dati anche dei nomi, e anche in questo caso essi differiscono da racconto a racconto. Il Vangelo arabo dell'infanzia, che li considerava dei re, li chiamava Hormizdah, re di Persia, Yazdegard, re di Saba, e Perozadh, re di Seba. In altre cronache del Medio Oriente li ritroviamo con altri nomi ancora: Larvandad, Hormisdas, Gushnasaph, Kagba, o Badadilma. Fu l'Excerpta Latina Barbara che diede loro i nomi che sono giunti fino a noi: Melchiorre, Gasparre e Baldassarre. Le prime raffigurazioni nell'arte cristiana li vedono molto simili e vestiti con abiti persiani, ma alla fine prevalse l'abitudine di raffigurare i tre come rappresentanti di tutte le parti del mondo e ognuno di loro assunse caratteristiche proprie. Alcune fonti consideravano l'Europa, l'Asia e l' Africa come i rispettivi paesi d'origine; mentre altre facevano riferimento alla Persia, all'Arabia e all'lndia. Un'altra tradizione li considerava discendenti di Sem, Cam e Jafet, i figli di Noè. A partire dal VI secolo, uno dei Magi cominciò ad essere raffigurato come un uomo di colore e dopo la scoperta del Nuovo Mondo nel XV secolo i pittori del Rinascimento erano soliti raffigurare uno dei tre Magi come un capo indiano. I Magi stavano a rappresentare non solo le diverse razze, ma anche le diverse età della vita: giovinezza, maturità e vecchiaia, Ma chi dei tre rappresentava ognuna di queste cose? Molti artisti e scrittori, come lo pseudo-Beda, identificavano Baldassarre come il re nero, ma l'autorevole cronista medievale Giovanni da Hilldesheim dice che Gasparre era «un nero Etiope, e di questo non si può dubitare. Per altri Melchiorre era il vecchio re e Gasparre il giovane, mentre per altri era Gasparre quello più anziano. Da questo momento in poi non abbiamo più fonti autorevoli, e la confusione è destinata a continuare. Molte scritture apocrife e cronisti medievali hanno raccontato le loro storie sulle peregrinazioni dei Magi prima e dopo la visita al Bambino Gesù, e ognuno di loro aggiungeva un particolare episodio o enfasi. La maggior parte è concorde nel ritenere che i Saggi avessero avvistato la stella separatamente e l'avessero seguita ognuno per una strada diversa prima di incontrarsi alle porte di Gerusalemme. Qualcuno, ironia della sorte, li fa incontrare sul Golgota, dove Gesù sarebbe stato in seguito crocefisso. Secondo alcune narrazioni, dopo aver presentato i loro doni a Maria, essi ricevettero in cambio dei regali: una fascia del bambino, del pane, un ritratto o (secondo il viaggiatore veneziano Marco Polo) una scatola contenente una pietra magica. La fascia si rivelò indistruttibile alle fiamme e la pietra ardeva di fuoco sacro, ed entrambi i doni furono venerati dai Persiani che furono testimoni di questi miracoli. La storia più diffusa sui Magi è quella in cui si narra del loro viaggio di ritorno in India, dove furono convertiti da San Tommaso. Dopo essere stati nominati arcivescovi ed aver condotto una vita esemplare all'insegna della misericordia e della pietà, essi morirono e furono seppelliti insieme . Nel IV secolo i loro corpi furono recuperati da Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, e portati prima a Costantinopoli, capitale dell'Impero Romano da poco convertitosi al Cristianesimo, e poi a Milano. Quando la città fu conquistata e razziata dall'imperatore tedesco Federico Barbarossa nel 1164, egli ordinò che le reliquie dei Magi fossero portate a Colonia, dove furono accolte con grande solennità e collocate nell 'imponente cattedrale gotica che è ancora oggi è la loro dimora. Secondo una leggenda, l'ultima volta che i Magi si incontrarono tutti insieme fu per celebrare il Natale nel 54 D.C.; un racconto affascinante ma anacronistico, perché il Cristianesimo istituirà la festa della Natività solo molti anni dopo. È vero invece che questi "maghi guidati dalla stella" hanno fatto parte del Natale fin quasi dall'inizio delle celebrazioni del Natale.


La Chiesa scelse il 6 gennaio come festa dell' Epifania per commemorare, tra le altre cose la manifestazione di Gesù ai Gentili. In Occidente, le funzioni religiose cominciarono a destinare un momento della liturgia alla rappresentazione drammatica del viaggio dei Magi a Betlemme. Il 6 gennaio finì per essere conosciuto come il giorno dei Tre Re, e nacquero così le tradizioni, che andarono ad aggiungersi alle altre, dei dolci che contengono qualche premio e le tradizioni del Re della Fava e dei Ragazzi della Stella. Oggi i Magi sono una parte insostituibile degli spettacoli natalizi. Nessuna rappresentazione della Natività può definirsi completa senza di loro. I Tre Re sono i portatori di doni in molti paesi di lingua spagnola, e il loro arrivo in Spagna il 5 gennaio è contraddistinto da celebrazioni e da complesse processioni. In tutto il mondo in loro onore si consumano i dolci dei Re, i dolci della Dodicesima Notte, e i Gateaux des Roi. In Svizzera le associazioni dei fornai sponsorizzano i cortei dei Magi. Gruppi di ragazzi, meglio noti come Ragazzi della Stella, vestiti da Magi e preceduti da una Stella di Betlemme vanno in giro ogni anno durante il periodo di Natale, cantando canzoni natalizie e raccogliendo qualche soldo.





testo da:
http://www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/re_magi.htm

La stella cometa dei Re Magi


"La stella, veduta dai Magi, secondo l'opinione più probabile, dedotta dalle sue caratteristiche, era una meteora straordinaria, formata da Dio espressamente per dare ai popoli il lieto annunzio della nascita del Salvatore"

Molto si è scritto su questa stella. Diverse sono state le ipotesi che possono riassumersi a tre: una cometa, una 'stella nova', una sovrapposizione di satelliti.


Non si può neppure pensare ad una 'stella nova', bagliore prolungato emesso da corpi celesti invisibili al momento della loro esplosione. Infatti nell'area di Gerusalemme non ne comparve nessuna tra il 134 a.C. ed il 73 d.C.



La Grande Enciclopedia Illustrata della Bibbia (21) sembra propendere per la terza ipotesi, già condivisa a suo tempo da Keplero: "Di tutte le spiegazioni possibili la più probabile rimane quella, in qualche modo accettabile sulle fonti, secondo cui si è trattato di un'insolita posizione di Giove, l'antica costellazione regale. L'astronomia antica si è occupata dettagliatamente della sua comparsa in un preciso punto dello zodiaco e l'ha identificata, sul grande sfondo di una religiosità mitologico-astrale molto diffusa, con la divinità più alta. Essa era importante soprattutto per gli avvenimenti della storia e del mondo, in quanto i movimenti di Saturno erano facilmente calcolabili. Saturno, il pianeta più lontano secondo gli antichi, era il simbolo del dio del tempo Crono e permetteva immediate deduzioni sul corso della storia. Una congiunzione di Giove e di Saturno in una precisa posizione dello zodiaco aveva certamente un significato tutto particolare. La ricerca più recente si lascia condurre dalla fondata convinzione che la triplice congiunzione Giove-Saturno dell'anno 6/7 a.C. ai confini dello zodiaco, al passaggio tra il segno dei Pesci e quello dell'Ariete, deve aver avuto un enorme valore. Essa risulta importante come una 'grande' congiunzione e, in vista della imminente era del messia (o anche età dell'oro), mise in allarme l'intero mondo antico".







http://digilander.libero.it/PensieriInVolo/legstellabet/legstellabet.htm